Frankenstein – Mary Shelley

Buon martedì! Come state?

Sentite ancora le ripercussioni della domenica? Io sì.

Oggi recensione, parliamo del libro che è stato in lettura per tutto il mese di novembre sul gruppo di lettura, ovvero Frankenstein di Mary Shelley.

Grande classico, c’è molto da dire quindi iniziamo immediatamente!

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Frankenstein – Mary Shelley

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Classico/Gotico

Pagine: 276

Prezzo di Copertina: € 10,00

Prezzo ebook: € 0,99

Anno della Prima Pubblicazione: 1818

Link all’acquisto: QUI 

Trama

Nel 1816 Lord Byron, durante una sera tempestosa nella sua villa a Ginevra, propone ai suoi ospiti – Mary e Percy Shelley, e William Polidori – di scrivere, per gioco, cun racconto dell’orrore. Ricollegandosi al mito di Prometeo, Mary scriverà Frankenstein. Una storia che è un groviglio etico, un ragionamento profondo sull’origine della vita: l’angosciante storia di uno scienziato che conduce macabri esperimenti nel tentativo di restituire la vita ai cadaveri. Una favola terribile capace di imporsi con la forza delle immagini e la sua autonomia di mito universale. Uno sconvolgente racconto dell’orrore in cui il mostro è più umano del suo creatore.

Per un attimo la mia anima si sollevò al di sopra delle sue meschine e umilianti paure, per contemplare le idee divine di libertà e sacrificio, di cui questi luoghi erano monumento e ricordo. Per un istante, osai scrollarmi di dosso le mie catene, e guardarmi attorno con uno spirito libero ed elevato; ma il ferro mi era penetrato nella carne, e ricaddi tremante e senza speranza nel mio io disperato.

Recensione

Prima di iniziare con la recensione vera e propria volevo dirvi che ho deciso di modificare un tantino il tipico stile delle recensioni, infatti per non scrivere paragrafi su paragrafi ammassati ho deciso di dividere la recensione in determinati “argomenti”, per renderle più ordinate. Ok, fine premessa, iniziamo con la recensione.

Allora, partiamo dal presupposto che non è facile parlare di questo libro, perché è un grande classico (forse uno dei più famosi), è un testo dell’800 e il suo contenuto spazia in diversi argomenti sui quali bisognerebbe aprire parentesi gigantesche.

Quindi approcciamoci un attimo agli aspetti più tecnici.

Stile di Scrittura

Ahime! Perchè l’uomo vanta sensibilità superiore a quella dei bruti? Ciò lo rende un essere ancora più afflitto dai bisogni. Se i nostri impulsi si limitassero alla fame, alla sete e al desiderio, potremmo quasi essere liberi; ma ora siamo mossi da ogni soffio di vento, e da una parola occasionale o dall’immagine che tale parola provoca.

All’inizio sono rimasta stupita dallo stile dell’autrice perché mi aspettavo un qualcosa di più aulico e prolisso, essendo un testo di quell’epoca, diciamo che nelle prime pagine secondo me non si assapora lo stile della giovane Mary in toto, poi avanzando emerge lo stile autentico che è decisamente più laborioso.

Ci sono pagine a volte di riflessione sull’animo umano e pagine di descrizioni di montagne e laghi (sopratutto), sono descrizioni che non mi hanno impresso nella mente un panorama stile fotografia, sono descrizioni abbastanza didascaliche, infatti direi che uno dei aspetti che ho apprezzato meno del testo (e forse l’unico) sono proprio le descrizioni, non perché siano scritte male, assolutamente, ma non sono al 100% evocative secondo me.

Sono quelle descrizioni stile “immagina l’Arno con il tramonto“, sono paesaggi che o tu lettore già conosci più o meno oppure non ti portano in quell’atmosfera voluta dall’autrice.

Questo è l’unico appunto che voglio fare sulla scrittura ed è ovviamente una considerazione personale, per il resto la scrittura di certo si prende i suoi tempi per analizzare le emozioni umane, per interrogarsi sulla natura dell’uomo e per rendere al massimo una caratterizzazione piena dei personaggi.

E’ un libro che usa diversi espedienti, ci sono lettere, racconti nei racconti, e ho trovato a tratti geniale questa matriosca di racconti perché è un’ottima tecnica per analizzare uno dei discorsi sui quali si basa l’opera ovvero la natura umana e la bestialità di questa, quindi lo stile lavora bene con i concetti principali espressi.

Di certo una giovane Mary Shelley di soli 19 anni non avrebbe mai immaginato un successo tale per una storia nata quasi “per divertimento”.

Quali sono i concetti espressi in Frankenstein?

Sono innumerevoli, come vi dicevo prima il libro ruota attorno a diversi dilemmi principali, la bestia avrebbe potuto essere diversa se Victor e gli umani in generale l’avessero trattata in modo differente? Dove sta la ragione, è la bestia dopo aver subìto eventi che hanno messo a nudo il lato negativo della natura umana, ad essere motivata nel fare ciò che ha fatto? Oppure si è spinta troppo oltre e non ha compreso le motivazioni? O ancora, se Victor avesse mantenuto fede alla sua posizione di padre/Dio tutto quello che viene narrato nel libro non avrebbe mai avuto luogo? Victor può realmente incolpare la bestia, creata da lui stesso, per ciò che ha fatto questa sapendo in cuor suo di essere venuto meno nei confronti di questa?

E’ uno di quei testi che nel corso delle pagine instaura nella mente del lettore talmente tanti interrogativi che il trascriverli qui e ora per me sarebbe impossibile, o una lista infinita di domande troppo lunga per poterla sopportare.

Un’aspetto sul quale ho riflettuto a lungo è la coscienza di Victor, nel corso del testo a causa di questa mostruosa creazione la sua vita verrà rovinata, ma lui sembra rendersi conto fino ad un certo punto delle sue colpe, realizza a tratti il fatto che se lui in prima persona si fosse comportato in modo diverso non sarebbe accaduto forse un qualcosa di questo tipo.

Un altro aspetto interessante della sua personalità è il coraggio, spesso lui si mette in bocca questo termine ma per quanto mi riguarda non è un uomo coraggioso, preferisce scappare a volte invece che affrontare qualcosa o qualcuno, preferisce tacere invece di confessare, preferisce fingere invece che ammettere.

Victor è un uomo di grande intelligenza, ma sembra perdersi, non affronta le conseguenze delle proprie azioni e invece che provare quanto meno a salvare vite umane preferisce mantenere il suo segreto, quando deciderà di raccontare tutto sarà oramai troppo tardi.

Il modo in cui Victor tratta la bestia è mostruoso, lui ha creato questa creatura e sembra dimenticarsene, non rispecchia la bellezza, la grazia, i suoi canoni e quelli della società, è un mostro, un essere orrendo, un demone e per questo merita di non essere nemmeno mai “nato” secondo lui, è un padre che odia il proprio figlio, un Dio che spera nella morte della sua creazione.

Per qualche istante Victor si lascia andare alla compassione e prova a comprendere questo essere, ma è un momento che dura poco perché subito dopo torna questo odio mortale.

Victor è un’essere egoista anche, una delle tragedie finali rappresentano questo suo aspetto secondo me, si preoccupa prima per lui stesso e dopo per gli altri, continua a pensare alla sua famiglia, ma quando è il momento di proteggerla dalla tragedia e dalla distruzione lui non fa nulla.

Dal canto suo la bestia sprigiona quell’odio e quel disprezzo verso la razza umana che solo chi viene emarginato dalla società, viene additato come un essere che non merita la vita e viene al mondo costretto a nascere solo perché rinnegato dal suo stesso padre, può provare.

La bestia compie azioni di una malvagità e una mostruosità uniche, nessun essere dovrebbe poter togliere la vita, e fino alla fine dei suoi giorni si accerterà di far pagare a Victor ogni colpa.

Qui arriva un concetto da me molto amato nei romanzi di tutti in generi, la vendetta, qui rappresentata magistralmente, sono sempre attratta dalla natura di questa, che sembra essere un cibo che non sazia mai, anche dopo la morte della propria fonte di vendetta non si è sazi e ci si rende conto di aver inseguito un’idea, una morsa di odio e voglia di prevalere sull’altro.

Uh, parliamo anche di un ultimo concetto, l’intelligenza del mostro, la creatura senza dubbio è dotata di un’intelligenza non indifferente e tutto ciò che ha imparato lo ha imparato osservando vari esseri umani, leggendo, apprendendo, ma qui sorge spontanea una domanda, un essere così intelligente e strategico (come viene mostrato all’interno del libro) può allo stesso tempo essere così bestiale e irrefrenabile nella sua violenza? Comprende la gravità delle proprie azioni, ma ciò non lo ferma.

Infine vorrei accennare qualcosa su Walton, il personaggio con cui si apre il testo che incontrerà Victor casualmente e questo gli narrerà tutta la storia che conosciamo, ho amato il personaggio di Walton anche se non è uno dei principali, perché è in fondo un essere che comprende, ha ascoltato tutta la storia da Victor, è a conoscenza di tutti i fatti e alla fine quando si troverà costretto a prendere una decisione sceglierà di testa sua.

Mi è piaciuto molto questo testo, è un classico che sono felice di aver finalmente letto!

Voto: 

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Voto quasi pieno, ho deciso di non assegnare punteggio pieno per ciò che vi ho detto sulle descrizioni, ma è un libro meraviglioso e ne consiglio a tutti la lettura!

Bene, detto ciò, fatemi sapere, avete mai letto questo libro? Sì, vi è piaciuto? No, perché?

A domani!

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La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret – Brian Selznick

Buon martedì e buon proseguimento di settimana!

Come state? Vi siete riposati/e lo scorso weekend?

Spero vivamente di sì, oggi parliamo di un libro che ho letto oramai la scorsa settimana (che è stata fruttuosa dal punto di vista delle letture ormai lo abbiamo capito), il libro in questione sostava da parecchio nella mia libreria ed è stato un libro parecchio celebrato fin dai primi momenti consecutivi all’uscita.

Parliamo de “La Straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian Selznick, iniziamo subito, forza!

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La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret – Brian Selznick

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Narrativa per Ragazzi

Pagine: 592

Prezzo di Copertina: €19,00

Anno di Pubblicazione: 2007

Link all’Acquisto: QUI

 

Trama

La luna, le luci di una città, una stazione affollata, due occhi spaventati. Le immagini a carboncino scorrono come in un cinema di carta fino a inquadrare il volto di Hugo Cabret, l’orfano che vive nella stazione di Parigi. Nel suo nascondiglio segreto, Hugo coltiva il sogno di diventare un grande illusionista e di portare a termine una missione: riparare l’automa prodigioso che il padre gli ha lasciato prima di morire. Ma, sorpreso a rubare nella bottega di un giocattolaio, Hugo si imbatterà in Isabelle, una ragazza che lo aiuterà a risolvere un affascinante mistero in cui identità segrete verranno svelate e un grande, dimenticato maestro del cinema tornerà in vita. Tra romanzo, cinema e graphic novel, un libro in cui le parole illustrano le immagini.

“A volte la sera vengo qui anche se non devo regolare gli orologi, solo per guardare la città. Mi piace immaginare che il mondo sia un unico grande meccanismo. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo. E anche tu.”

Recensione

E’ un libro molto veloce da leggere, perché ci sono parecchie immagini che a volte sono più presenti a volte meno, ad esempio continuando nella lettura in alcune parti si fanno più rare diciamo e subentrano i pezzi scritti.

Parliamo un attimo delle illustrazioni realizzate sempre da Brian Selznick quindi illustratore e scrittore, sono tutte in bianco e nero, regalano alla storia una sensazione simile al cinema (dato anche il senso stesso della storia).

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Come vedete, sopratutto nelle ultime due illustrazioni, sembra quasi esserci un piano sequenza disegnato, a volte le tavole si concentrano su dei particolari della scena e allargano l’inquadratura proprio come in una pellicola, è forse l’unico libro che abbia mai letto a cui vorrei attribuire questa definizione: “cinematografico”.

Anche all’inizio e alla fine la scena sembra allargarsi come se stessimo guardando il tutto da uno schermo, dopo subentra il testo e la storia ovviamente prosegue.

Ho notato un’ottima combo tra testo e illustrazione, le tavole attribuiscono alla storia l’atmosfera che Selznick vuole creare, molto infatti in questa storia ruota attorno al cinema, alla magia di questo ed è sorprendente di leggere di come tutto finisca per intrecciarsi.

Quindi per le illustrazioni ottimo lavoro, piacevole anche lo stile di queste, piene di dettagli.

Passando al testo, accompagna bene le immagini, è complicato decidere chi accompagna chi, se le immagini il testo o il testo le immagini, direi che sono legati assieme e senza l’uno potrebbe esistere l’altro sì, ma non risalterebbe così tanto.

Tra l’altro nel 2011 dal libro è stato realizzato anche un film che ha riscosso un enorme successo (e che io non ho mai visto e devo assolutamente recuperare), per la regia di Martin Scorsese.

Il testo non è il più veloce e adatto all’azione che abbia mai letto, non lo definirei lento o difficile da proseguire, ma in determinati momenti è come se l’autore schiacciasse il freno in pezzi in cui magari non è necessario farlo, questo non lo rende difficilmente leggibile, ma è un’appunto che vorrei fare.

Sicuramente ci sono stili e testi decisamente più lenti, come ho detto non è lento ma a volte sembra tirare un poco il freno e soffermarsi sui dettagli.

Ho letto stili più accattivanti, non ho cose negative da dire ma è uno stile che ritengo verso la media, non ha nulla di particolare, è piacevole ma non ha picchi in cui eccelle in qualcosa.

Per me non è stata una di quelle storie che dall’inizio alla fine ti prendono e non ti lasciano posare il libro, l’ho letto in due serate (perché stavo anche leggendo altro) e mi ha rilassato come lettura, l’atmosfera è complicata, ma allo stesso tempo intrigante, però non è uno di quei testi che non vedevo l’ora di riprendere in mano.

Questo non toglie il fatto che sia comunque un’ottima lettura.

La storia è interessante, l’intrigo massimo che si nasconde al di sotto di questa è un’idea che non avevo mai letto o visto prima, infatti è ispirato alla storia vera (ma modificata) di Georges Méliès, regista, illusionista e attore francese.

Come viene chiarito anche dall’autore la personalità attribuita a Georges è inventata ma la storia del vero Georges ha inspirato quello del libro, infatti il vero Méliès è ritenuto il padre del cinema per tutte le novità e le creazioni inventate da lui che hanno rivoluzionato appunto il cinema.

Il protagonista della storia è Hugo ma anche Georges svolge un ruolo importante.

Di cosa si parla dunque in questo libro? Di amicizia, genialità, nuove creazioni innovative, cinema, perdita, abbandono, infanzia, senso di colpa e anche accettazione.

L’età di lettura consigliata è 12 anni e mi trovo d’accordo, ma come dico sempre questo non toglie il fatto che il mio consiglio per la lettura va anche a chi ha un’età maggiore ovviamente.

E’ un po’ la classica storia in cui seguiamo un bambino che non ha avuto molta fortuna nella vita e si butta in una serie di avventure per arrivare alla verità su suo padre (in questo caso) e un oggetto molto strano che lo legava profondamente al genitore, scoprendo che questa verità è più vicina di quello che sembra.

C’è moltissimo cinema in questa storia ed è l’aspetto che più di tutti mi è rimasto impresso, molto amore e ammirazione verso questo che viene visto per ciò che è davvero, un’arte in tutte le sue forme.

Voto:

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Tutto sommato è una storia che mi ha fatta sentire come se fossi seduta su una morbida poltroncina in un cinema, con popcorn e una nuova visione appena iniziata sullo schermo.

Riesce pienamente nel suo intendo di trasmettere la passione per il cinema e la genialità che è intrinseca nella creazione.

E voi? Avete letto “La Straordinaria invenzione di Hugo Cabret? Avete visto il film? Fatemi sapere!

A presto!

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The Woman in Black – Susan Hill

Buon giovedì e sopratutto buon Halloween!

Come vi sentite in questa tenebrosa giornata di fine ottobre? Spero meravigliosamente.

Per celebrare Halloween assieme oggi seconda recensione a tema, infatti parliamo del secondo libro “a tema” che ho letto per respirare a pieno questa atmosfera spaventosa.

Parliamo di “The Woman in Black” di Susan Hill, tradotto in italiano con “la Donna in Nero“, è un romanzo dell’orrore uscito per la prima volta nel 1983.

Ma iniziamo subito a parlarne un pochino assieme!

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The Woman in Black – Susan Hill

Casa editrice: Polillo Editore

Genere: Horror/Gotico

Pagine: 188

Prezzo di Copertina: €12,90

Anno di Pubblicazione: 1983

Link all’Acquisto: QUI

 

Trama

Il giovane avvocato londinese Arthur Kipps viene incaricato dal principale di recarsi in uno sperduto villaggio per presenziare ai funerali di un’anziana cliente e occuparsi della gestione dell’eredità. La signora Drablow, vedova da poco dopo le nozze, viveva da reclusa in una lugubre dimora circondata da nebbiose paludi. Per Arthur, in procinto di sposarsi, è l’occasione di dimostrare finalmente le sue capacità. Così, quando al suo arrivo s’imbatte in una strana reticenza riguardo alla casa e alla sua eccentrica abitante, non se ne cura più di tanto. Né lo turba la presenza, al funerale, di una donna misteriosa e di antica bellezza di cui nessun altro sembra accorgersi. Ansioso di svolgere il suo incarico con efficienza e rapidità, Kipps decide, contro il parere di tutti, di fermarsi a dormire nella casa disabitata. Saranno notti da incubo, perché il terrore è una nebbia avvolgente come un sudario, il gemito del vento, il gracchiare di orridi uccelli, il pianto di un bambino, uno scalpitio lontano, un fruscio di vesti… Una donna in nero.

E allora, in mezzo agli alberi del frutteto dai tronchi argentei per la luce della luna, ricordai che l’unico modo per scacciare un vecchio fantasma che continua le sue persecuzioni era quello di esorcizzarlo. Ebbene, il mio doveva essere esorcizzato. Avrei raccontato la mia storia, non a voce alta, accanto al fuoco, non come passatempo per frivoli ascoltatori: era troppo seria, troppo reale per quello.

 

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Recensione

Questo libro non è facilissimo da trovare ad oggi ma sono ancora disponibili alcune copie da privati, io ricordo di averlo recuperato su Libraccio uno o due anni fa.

Da questo racconto sono state tratte una pièce teatrale, un film televisivo e un remake più recente del 2012, in cui come attore principale troviamo Daniel Radcliffe per la regia di James Watkins.

L’autrice Susan Hill è famosa sopratutto per questo testo, che fu piuttosto apprezzato ai tempi.

Allora, che dire, lo stile di scrittura non mi ha fatta impazire, l’ho trovato eccessivamente prolisso certe volte, è un libro di 188 ma potrebbe averne 100 e non cambiaerebbe quasi nulla, le descrizioni in più non le ho trovate degne di nota, qualcuna è molto piacevole da leggere certo ma è un libro che rallenta la vicenda per come è scritto.

Non che l’autrice scriva male, ma alcuni dettagli a volte sono inutili, io sono un’amante delle lunghe descrizioni e dei minimi dettagli descritti minuziosamente, quando hanno un senso e sono utili però.

Quando comprai questo titolo lo feci sopratutto perché dopo aver visto il film volevo saperne di più riguardo della storia, ora, io il film non me lo ricordo benissimo, sono passati anni, però ricordo che il finale era diverso rispetto al libro, è stato di certo modificato.

Tra l’altro il film fu il primo film horror in assoluto a farmi fare un urletto di spavento, a dire il vero la causa fu un jump scare, ma fu la prima volta e la ricordo con affetto.

Il film mantiene un buon livello di tensione per tutta la sua durata e vi dirò è un bel film, ne serbo un buon ricordo.

Il libro è diverso, non mantiene lo stesso livello di tensione, come ho scritto prima a volte è eccessivamente lento e smorza un poco l’interesse, è una storia di fantasmi e già questo è interessante perché sono poche le storie di fantasmi ben riuscite, ma non ha nulla di speciale.

Mi è piaciuto moltissimo il personaggio principale, Arthur, anche se a volte mi è sembrato che si mettesse nei casini solo per far andare avanti la narrazione, però il suo atteggiamento, il suo comportamento con gli altri e il modo di affrontare tutta la terribile vicenda è puro, è un personaggio buono.

Altro aspetto negativo per me è quello che dovrebbe essere la grande rivelazione sul finale, si intuisce, non è proprio una scoperta che lascia il lettore a bocca aperta, è una vicenda (e una conseguenza) a cui ci si arriva con facilità ricollegando i puntini, il libro arriva dopo.

Non ci sono poi fatti particolarmente violenti descritti nel dettaglio, c’è solo una scena in cui accade un qualcosa di concitato ma tutto il libro è piuttosto statico, si vede ogni tanto questa donna vestita di nero ma nulla di ché.

Un aspetto positivo invece è una piccola parte della rivelazione finale che riuarda il fantasma della donna in nero appunto, c’è una conseguenza alla sua apparizione ed è una scoperta interessante, una bella idea, anche il finale è ottimo, no ho nulla di negativo da dire sul finale perché chiude a mò di cerchio tutta la vicenda, rendendola si senso compiuto.

E’ un po’ il classico racconto gotico che in brevi tratti incuriosisce perché accadono fatti inquietanti, come vi dicevo nel film c’è un jump scare e per qualche strano motivo immaginavo durante la lettura che andando avanti ad un certo punto sbucasse (come un libro pop-up) il viso del fantasma, ha avuto brutti effetti su di me il film…

Un altro aspetto positivo è l’ambientazione, c’è perennemmente la nebbia in pratica ma diventa quasi un personaggio del libro per qualche motivo, i fattori atmosferici sono molto importanti in questo libro e anche il luogo in cui siamo, una palude, che sembra risucchiare tutto e tutti.

Quindi abbiamo il perfetto scenario spaventoso, nebbia, fantasmi, palude, casa isolata, manca qualcosa? Forse il rumore di catene.

E’ un libro che tutto sommato è piacevole da leggere in periodi come questi ma di certo non è il miglior titolo, ha dei difetti per me, la scrittura a volte è troppo, troppo lenta e tra l’altro la vicenda non è di per sé lunga, nel senso che questo viaggio nel terrore dura poco, in un gran numero di pagine non succede nulla.

Voto:

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Insomma, l’idea di base ad oggi non è così innovativa, lo svolgimento della storia procede a rilento e non ha trattenuto per molto il mio interesse, tutto sommato è una storia però che si legge moderatamente bene, se avete voglia di una storia di fantasmi gotica vecchio stampo, la lettura di questo titolo è una scelta interessante.

E voi? Cosa avete letto per Halloween? Fatemi sapere!

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Tinder – Sally Gardner

Buon mercoledì! Come state?

Come vi sentite in questo penultimo giorno di ottobre?

Oggi ho una sorpresa, infatti ho deciso che oggi e domani usciranno due recensioni speciali dedicate ad Halloween di due libri diciamo a tema, perfetti per questa festività, sopresi vero? Ogni anno infatti mi piace almeno consigliare un libro a tema e non volevo essere da meno quest’anno. Non ve lo aspettavate eh? Pensavate me ne fossi dimenticata, e invece ZA!

Tra l’altro dalla scorsa settimana è tornata (non so come sia possibile) una voglia incredibile di leggere e diciamo che negli ultimi giorni non mi sono risparmiata…

Ma ne parleremo un’altra volta, oggi concentriamoci sulla recensione, infatti parliamo di un libro perfetto per il clima uggioso e cupo di questi giorni, ovvero Tinder di Sally Gardner illustrato da David Roberts.

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Tinder – Sally Gardner

Casa Editrice: Rizzoli

Genere: Storia horror per ragazzi

Pagine: 265

Prezzo di Copertina: €17,90

Prezzo ebook: €8,99

Anno di Pubblicazione: 2015

Link all’acquisto: QUI

 

Trama

Ferito in battaglia, il giovane Otto volta le spalle alla Morte, e viene soccorso da un misterioso indovino, che gli regala sei dadi magici, e gli predice l’incontro con l’amore della sua vita. Grazie a un misterioso e potente acciarino, quelle parole sembrano avverarsi, ma ogni desiderio ha un prezzo … Ispirato a “L’acciarino magico” di Hans Christian Andersen, non è solo una fiaba dark per giovani adulti, ma anche una metafora inquietante sui segni che la guerra lascia a chi ha avuto la sfortuna di prendervi parte in prima linea.

“Una volta, in tempo di guerra, quando ero un soldato dell’Esercito Imperiale, vidi la Morte camminare. Portava sul teschio una corona avvizzita fatta di ossa e biancospino fresco attorcigliato, e alle sue spalle si stringevano gli spettri dei miei commilitoni di recente strappati, ancora giovani, alla vita.”

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Recensione

Allora, parto con il dire che questo libro sosta nella mia libreria da anni, c’era una sensazione che albergava in me riguardo questo titolo, ovvero “è una perla di sicuro”, ho sempre pensato che fosse una lettura di rispetto.

Ebbene, ci arriveremo tra poco a questo punto.

Tinder è un libro con illustrazioni dark e inquietanti realizzate da David Roberts e un testo scritto appunto da Sally Gardner.

E’ un libro prima di tutto con un bilanciamento perfetto fra scritto e illustrazione, perché la parte disegnata esalta la storia e la fa risaltare ancora di più, in alcuni testi questo aspetto non c’è, a volte la combo fra testo e illustrazione non è molto studiata e si perde il senso di questo team.

Lo stile si scrittura di Sally Gardner l’ho trovato perfetto per la storia, senza parlare poi dei dettagli curiosi inseriti man mano, ad esempio le lanterne che parlano, il duca che ha sempre questi ragni e queste ragnatele che lo circondano, i dadi, insomma sono tanti e sono piccoli aspetti che arricchiscono immensamente la storia.

Tra l’altro la storia non è del tutto “originale” perché prende ispirazione dalla fiaba di Andersen, “L’acciarino Magico“.

Ora, io la fiaba la lessi secoli fa ma di certo è stata ampliata moltissimo in Tinder, diciamo che la base la ricorda molti, ma moltissimi elementi sono stati inseriti da zero.

La storia ruota su diversi temi base, abbiamo l’amore, la guerra, le conseguenze della guerra sopratutto, la magia e la morte.

Otto, il nostro protagonista infatti è in guerra da una vita letteralmente e per tutto il corso del libro subisce le conseguenze di ciò, soffre di sogni molto vividi e violenti, tutti i membri della sua famiglia infatti sono stati uccisi dai soldati, in un modo terribile, ma non solo la sua famiglia, tutti quelli a cui lui teneva, compagni, amici, “insegnanti”.

I pezzi riguardanti i sogni sono evidenziati in nero e sono pezzi molto interessanti ai fini della storia, perché oltre a raccontare il passato di Otto inseriscono un qualcosa riguardo il presente e le strane esperienze che Otto sta avendo.

Vorrei concentrarmi un attimo su Otto, è quel tipo di protagonista con lati oscuri e lati non così oscuri, sicuramente anche per colpa della guerra, ma compie azioni anche non proprio pulite per me e in alcune scene decide di comportarsi in un modo che ho trovato sorprendente, perché quando viene introdotto io l’ho recepito come un giovane devastato ma in fondo puro di cuore, invece a volte non si comporta come tale.

Quindi è un personaggio non al 100% positivo, ma questo potrebbe essere dato dalle ripercussioni che la guerra ha avuto su di lui.

La guerra viene rappresentata in modo tremendo, questi pezzi  mi hanno trasmesso un senso di vuoto e perdita tremendo, in questo libro viene trasmesso un messaggio fondamentale, nella guerra tutti perdono.

Il secondo personaggio principale diciamo è Safire, tra i due nasce una sofferta storia d’amore, si incontrano in una foresta oscura per poi separarsi e combattere per incontrarsi di nuovo.

Il movente che spinge tutta la storia è appunto l’amore e da lettrice ero curiosa di sapere come il tutto sarebbe andato a finire (anche se viene un po’ preannunciato), è una si quelle storie che rapiscono la curiosità del lettore e ti spingono a continuare.

Con il fatto che non posso fare spoiler mi devo contenere perché tutta la storia è un spoiler enorme, diciamo che ad un certo punto Otto incontra una figura magica, una strega soprannominata da lui la Dama dell’Unghia per via di una sua unghia molto, molto lunga.

Da qui in poi si apre il vaso di Pandora, lui è come intrappolato nel castello della dama e per liberarsi dovrà trovare l’acciarino custodito in una stanza piena di monete d’oro dopo aver affrontato una stanza piena di monete di bronzo e una piena di monete d’argento. Il problema è che in queste stanze ci sono anche tre temibili lupi, ma questi indossano una cinta e una volta tolta la cinta si trasformano in umani.

Nel corso della storia si scoprirà di più riguardo a questi lupi magici e al loro legame con Safire…

Mi fermo qua altrimenti scrivo troppi spoiler, comunque, è una fiaba horror sicuramente da leggere indipendentemente dalla vostra età, non è adatta ai bambini di età inferiore ai (sembra uno spot pubblicitario) 14 anni per me, perché comunque si parla di molto sangue, braccia e piedi tagliati, allusioni sessuali (leggere però) quindi facciamo dai 14 in su.

E’ una storia sulla quale a livello si trama, svolgimento degli eventi e scrittura non ho letteralmente nulla da dire, perché tutto si adatta alla perfezione allo stile all’atmosfera che il libro vuole ricreare.

Forse posso dire un qualcosina sul finale che sembra piombare di colpo, anche se per alcune frasi dette nelle pagine precedenti a questo, un qualcosa può richiamare ad un finale di questo tipo.

E’ un finale aperto, apertissimo direi, quindi se non amate i finali questo tipo rimarrete un po’ delusi probabilmente, non ha avuto molto impatto su di me il finale forse perché letteralmente piomba nell’ultima pagina quindi non l’ho avvertito molto, non mi ha rovinato l’esperienza di lettura, l’ho quasi dimenticato anzi.

Ci sono alcuni eventi, di piccola importanza, per cui si deve sospendere un pochino il senso di realtà, sempre tenendo conto che siamo in una storia fantasy, ma sapete quegli angoli poco illuminati nelle favole in cui non si capisce come un personaggio si liberi da una prigione o riesca a raggiungere un luogo? Ecco, ci sono dei momenti di questo tipo, ma sono dettagli per me che non rovinano la lettura.

E’ una fiaba che ho apprezzato moltissimo, sopratutto ho amato la profondità di questa, i temi che affronta e lo fa in un modo intenso, scavando sempre di più.

E’ anche molto inquietante, sia per le illustrazioni che per i fatti macabri che vengono descritti, quindi una lettura adatta a queste giornate.

Voto:

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Rimane per me una lettura sempre consigliata, il The Guardian ha scritto “Leggetelo a voce alta, meglio se a lume di candela. E’ una meraviglia.“, e sono totalmente d’accordo.

E voi? Avete mai letto Tinder? Vi è piaciuto?

Ci leggiamo domani per la seconda recensione speciale a tema!

A presto!

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Hill House – La Serie e il Libro, Parliamone

Ohh buona domenica! Come state?

Anche voi sentite il freddo che inizia a lambire le carni, ma sopratutto anche voi avete già iniziato a sfoggiare i maglioni?

Finalmente mi rifaccio viva, con un articolo preannunciato mesi fra tra l’altro, meglio tardi che mai, stavolta devo assolutamente chiedervi perdono per la sparizione, ho avuto molto da fare in queste settimane fra il lavoro, ripasso e studio, nuove iniziative e progetti, insomma un casino che si sta calmando.

Vi ho fatto attendere anche troppo però per questo articolo quindi oggi dato il clima e dato l’argomento interessante il mio suggerimento è di mettervi comodi come se stessimo parlando con una tazza di tè caldo in un bar.

Perché oggi non parleremo solo di Hill House come serie ma parleremo sopratutto del libro, dell’autrice, delle somiglianze fra le due opere, insomma faremo una bella chiacchierata.

Iniziamo!

 

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L’incubo di Hill House – Shirley Jackson

Casa editrice: Adelphi  

Genere:                                                   

Pagine: 233

Prezzo di Copertina: €12,00

Prezzo ebook: €6,99

Anno di Pubblicazione: 1959

Link all’Acquisto: QUI*

Trama

Chiunque abbia visto qualche film del terrore con al centro una costruzione abitata da sinistre presenze si sarà trovato a chiedersi almeno una volta perché le vittime di turno non optino, prima che sia troppo tardi, per la soluzione più semplice – e cioè non escano dalla stessa porta dalla quale sono entrati, allontanandosi senza voltarsi indietro. A tale domanda, meno oziosa di quanto potrebbe parere, questo romanzo fornisce una risposta. Non è infatti la fragile e indifesa Eleanor Vance a scegliere la Casa, prolungando l’esperimento paranormale in cui l’ha coinvolta l’inquietante professor Montague. È la Casa – con le sue torrette buie, le sue porte che sembrano aprirsi da sole – a scegliere, per sempre, Eleanor Vance.

 

Quanto a Hill House, che sana non era, si ergeva contro le colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, le pareti salivano dritte, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.

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The Haunting of Hill House – Netflix 

Regia: Mike Flanagan

Prima stagione uscita: 12 Ottobre 2018

Episodi: 10

Trama

La serie racconta la storia di un gruppo di fratelli che, da bambini, hanno trascorso un’estate in quella che in seguito sarebbe diventata la casa infestata più famosa del paese. Ora adulti e costretti a stare di nuovo insieme di fronte alla tragedia, la famiglia deve finalmente affrontare i fantasmi del loro passato, alcuni dei quali sono ancora in agguato nelle loro menti, mentre altri potrebbero nascondersi nell’ombra.

Non siamo come le altre famiglie, siamo diversi…per via di dove siamo cresciuti, Hill House.

 

Parliamone

Allora il mio scopo oggi è di parlare delle differenze fra queste due opere ma anche di parlare individualmente di queste.

Ho terminato da poco di leggere il libro che è stato una lettura piacevole, forse una delle più piacevoli di quest’anno e una volta iniziato il mio primo pensiero è stato proprio “wow, non pensavo fossero così diversi la serie e il libro”.

Iniziamo parlando di questo, prima di tutto lo stile di scrittura l’ho apprezzato molto, lessi anche “Siamo sempre Vissuti nel Castello” della Jackson qualche anno fa (e scrissi anche la recensione), oltre a ricordarmelo molto per lo stile ovviamente leggendo questo titolo è stato per me quasi imperativo ad un certo punto fare il confronto fra quello e Hill House, perché nei libri della Jackson ciò che fa più paura, fa più accapponare la pelle non è principalmente il luogo (al quale certo viene attribuita una gran rilevanza) ma sono più che altro le persone.

Nel libro “L’incubo di Hill House” infatti la protagonista è senza dubbio la casa ma verso fine libro quando si arriva alla risoluzione ci si accorge che è il comportamento delle persone che si muovono dentro a destare inquietudine, comportamento smosso dalla casa da ciò che fa intendere l’autrice.

Di descrizioni di Hill House sono raccapriccianti, il potere di queste è talmente forte che dopo averle lette si avverte quasi una carcassa mostruosa a forma di casa che prende forma nella mente del lettore, senza guardare immagini o altro, questo è uno dei magici poteri delle descrizioni.

Tornando poi allo stile un attimo vorrei davvero rinnovare i miei complimenti per quello della Jackson perché è uno di quelli che ti fanno avvertire tutto in modo intenso e concentrato ma senza essere scarno o al contrario troppo saturo di parole a volte anche inutili, è un bilanciamento perfetto.

Le descrizioni dell’autrice poi mi fanno l’effetto di quelle della Woolf, passerei giorni solo a rileggerle, perché sono quelle descrizioni che non ci si stanca mai di leggere.

Come ho detto all’inizio ci sono moltissime differenze fra la serie e il libro, prima di tutto la serie è molto più piena, questa prima stagione incentrata su questo titolo ha ben 10 episodi di 40 massimo 70 minuti l’uno quindi la prima domanda che mi era sorta anche mesi fa era “ma come si fa ad avere una serie così lunga con un libro di 233 pagine?”.

Infatti nella serie sono stati introdotti molti altri personaggi e la vicenda è stata senza dubbio ampliata e largamente modificata, sono stati aggiunti anche alcuni nuovi… spazi, diciamo così.

Partendo dai personaggi che sono la vita del libro e della serie qui abbiamo delle modifiche enormi, infatti nel libro troviamo Luke che è l’erede della dimora Hill House, Theodora che ha sempre un dono (come nella serie), Eleanor, soprannominata Nell che esce da una situazione molto pesante ovvero l’essere stata accanto alla madre fino ai 32 anni e fino alla morte di questa mesi prima della partenza per Hill House, Hugh Crain che è un personaggio proveniente dal passato ed era il proprietario della casa e infine Mrs e Mr Dudley che come nella serie sono le persone che si occupano della manutenzione nella casa quindi la donna cucina e assicura la pulizia e il marito invece si occupa di vari mestieri insomma.

Nella serie tv c’è un legame di sangue fra i personaggi, quindi abbiamo Olivia e Hugh Crain che sono i genitori di Theo, Luke, Nellie, Shirley e Steven. Shirley, Steven e Olivia sono infatti personaggi inventati solo per la serie se vogliamo perché i loro nomi e le loro vicende non prendono ispirazione dal libro in nessun modo, anche se a volte nel libro il personaggio di Eleanor somiglia a Olivia per le proprie esperienze. Abbiamo poi sempre Mrs e Mr Dudley che sono meno rigidi rispetto all’opera scritta dove vengono descritti come personaggi decisamente ostili o che comunque incutono timore.

Theo nella serie è diversa dal libro per il carattere, infatti nella serie è un personaggio piuttosto chiuso e sulla difensiva mentre nel testo è più estroversa ma ha comunque questo “dono”, Luke è un personaggio che sia nel libro che nella serie non è risaltato particolarmente ai miei occhi, ma nella serie lo seguiamo nel suo difficile processo di riabilitazione dall’uso di droghe, nel libro invece è l’erede della dimora ma non ha particolari caratteristiche come personaggio. Eleanor o Nell invece sia nella serie che nel libro ha un enorme ruolo, forse è anche il personaggio più sofferente, senza dubbio in entrambi in casi diciamo che non ha una sorte felice.

Infine Hugh è un altro personaggio importante nella serie, anche nel libro ma meno, infatti nel testo lo conosciamo solo per alcune prove scritte e alcuni insegnamenti che voleva tramandare alle figlie per cui aveva costruito la dimora in origine.

C’è un mistero che smuove tutta la vicenda e riguarda la casa, la vera protagonista, la domanda è “ma è la casa la causa di tutto la sofferenza e di tutto ciò che accade al suo interno o sono le persone che ci vivono e delle presenze che vagano da stanza a stanza?”,  nella serie è di poco più evidente secondo me che la colpa, se così vogliamo dire è delle presenze mentre nel libro il male è la casa come abitazione, c’è un qualcosa secondo Shirley Jackson della casa che ingurgita chiunque vi entri e lo costringe a farsi assorbire piano piano fino a non riuscire più a staccarsi.

Quindi questa è un altra forte differenza perché viene spontaneo domandarsi il perché e in queste due opere sembra esserci un perché diverso.

La casa è il perno di tutto, sembra un organismo vivente che mastica piano piano chi le fa visita, chi entra all’interno di questa diventa una preda, la casa ne interpreta il pensiero, lo fa proprio.

Come dicevo anche prima nella serie è stato fatto di grande lavoro di ampliamento quindi partendo da ciò che si aveva in mano ovvero il testo della Jackson si è deciso di espandere e modificare il tutto, per esempio la stanza rossa presente nella serie non nasce da un idea della Jackson o la donna con il collo spezzato non c’è nel libro, come non c’è il fantasma che perseguita Luke o non c’è Polly, la presenza che spinge Olivia a fare qualcosa di terribile.

Diciamo anche che nel libro non si parla mai di vere e proprie presenze, l’autrice ha voluto incentrare tutto più sugli eventi e sulla reazione dei personaggi che su delle ipotetiche presenze, quindi ad un certo punto nel testo Eleanor scopre assieme agli altri una scritta sul muro fatta con il gesso “AIUTO ELEANOR TORNA A CASA”, somiglianza con la serie ma non verrà mai spiegato o fatto intuire chi ha scritto ciò, l’autrice non fa intendere la presenza di spettri o entità.

 

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Nel libro c’è una crescente ansia legata sopratutto al personaggio di Nell, infatti la Jackson è una maestra del condizionamento mentale, ad un certo punto non si capisce più infatti se Nell immagina di ritrovarsi in una situazione in cui le persone accanto la sopportano mal volentieri o se è effettivamente così.

Diciamo anche che nel testo Eleanor è un personaggio che ha sofferto molto, non ha mai avuto determinate libertà, ha vissuto una vita segregata in pratica e ora ritrovarsi libera a fare questa nuova esperienza è incredibile per lei, ma dato che per tutto il testo seguiamo (a volte di più a volte di meno) i suoi pensieri ci rendiamo conto da lettori di quanto la sua mente vada in pezzi man mano che ci avviciniamo alla fine, la vicenda inizia con un buon affiatamento fra lei e Theo (che ricordiamo qui nel libro sono due sconosciute) ma qualcosa si rompe dopo un po’ e agli occhi di Nell questa diventa una persona odiosa da sopportare, finisce per odiarla, sia lei che Luke, ma non è ben chiaro se i comportamenti che vede in lei accadono realmente o se è lei che ci ricami sopra.

Anche con Luke accade lo stesso, l’autrice lancia delle frecciatine per far capire che Luke ha un interesse per Nell ma leggendo a dire il vero lui non si comporta come se lo avesse, con lei si comporta quasi come si comporta con Theo quindi in modo piuttosto amichevole senza fare gesti che possano far intendere altro, tranne magari verso la fine ma questo pezzo subisce il grande interrogativo di prima “ciò che accade sta accedendo veramente o è la mente di Nell che ormai sta andando in frantumi e immagina ciò che non sta accadendo?”.

Insomma diciamolo sia nella serie che nel libro Nell è uno dei personaggi principali, il più amato almeno da me, mi è piaciuta nel libro ma non tanto quanto nella serie, a volte nel libro non è chiaro il suo modo di agire, viene accusata dagli altri di voler essere al centro dell’attenzione, ma pensando al suo passato di ragazza privata di questa agognata attenzione queste non sono accuse veritiere per me.

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Sicuramente nella serie abbiamo anche molti altri temi da trattare mentre nel libro accade qualche fatto strano dal punto di vista paranormale ma la vicenda ruota attorno a questi 4 personaggi essenzialmente.

Infatti nella serie tv abbiamo come dicevo il personaggio della donna dal collo spezzato che segue Nell da sempre e come dissi anche mesi fa è intuibile che si tratti della stessa Nell, la cosa più interessanti di tutte però nella serie per me è la misteriosa porta rossa, cosa si nasconde dietro a questa? Perché Hugh non ha mai avuto una sua porta rossa?

Come dicevo nel libro non esiste la porta rossa ma Nell ad un certo punto comincia a diventare quasi una parte della casa, ne sente i movimenti, avverte gli spostamenti delle persone al suo interno, tranne che nella biblioteca viene detto, un altra camera invece che ha un’attenzione particolare nel libro è la camera delle bambine in cui c’un freddo innaturale, forse gli ideatori della serie sono ispirati a una di queste due stanze.

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Comunque cos’è la stanza rossa? E’ una stanza della casa che si trasforma, prende le sembianze del desiderio di chi entra all’interno, per Olivia era un salotto da lettura, per Luke la casa sull’albero, per Theo una stanza per danzare, insomma è una stanza molto importante e perché ne parlo ora, perché a fine serie quando tutti i personaggi entrano nella stanza si ripete un concetto che è presente anche nel libro, ovvero che la casa sembra digerire le emozioni e le sensazioni di chi abita all’interno, asseconda i pensieri e  gli stati d’animo delle persone, viene detto da Nell che la stanza è come lo stomaco dell’abitazione.

C’è anche nel libro questo concetto ma lì non troviamo una vera e propria stanza che condensa tutto ciò.

Insomma le opere sono molto diverse fra loro anche se i concetti citati nel testo vengono ripresi quasi tutti nella serie, ma in questa ne vengono aggiunti anche di nuovi, le puntate sono tante e alcune persone hanno criticato il fatto dell’allungare il brodo, io guardando la serie non ho avuto questa sensazione, come ho sempre detto uno dei pochi difetti della serie è il fatto di partire una po’ in sordina e magari nella serie alcuni concetti sono resi meglio di altri ma se non avete ancora visto questa serie tv ve ne consiglio la visione immediatamente perché io l’ho vista quest’anno e ad ora è per me una delle migliori scoperte del 2019.

Il libro mi è piaciuto molto, l’ho preso in mano, interrotto e ripreso non per colpa del testo ma a causa di vari impegni e di altre opere che stavo leggendo nel mezzo, ma una volta ripreso in mano l’ho divorato. Come sempre uno dei fatti più affascinanti della Jackson è l’analisi psicologica dei personaggi e dei misteri che si celano anche dopo la fine del libro, infatti tutto ruota sul “è successo davvero?”, la mente e uno stato di disagio in cui ci si trova può catapultarci in un mondo ambiguo?

A fine testo sembra palese che Nell sia finita in uno stato mentale disturbato prima di compiere un atto terribile, ascoltando il testo quest’atto è una conseguenza di Hill House ma anche di uno stato psicologico non del tutto sano già della ragazza.

Tutto termina in una spirale sempre più oscura e tetra in cui nulla è certo oramai, né ciò che si sente, né ciò che si pensa.

Quindi alla fine io non posso far altro che consigliarvi caldamente la visione e la lettura sia del libro che della serie, la serie è stata un’avventura come lo è stato il libro, quel tipo di avventura che ci si ricorda anche dopo mesi e colora un periodo di un preciso colore.

In entrambe le opere si fa leva sull’aspetto psicologico e deviante delle menti delle persone coinvolte, quanto è suggestione e quanto è realtà?

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E voi?

Avete mai visto questa serie? Se sì cosa ne pensate? Vi è piaciuta? Se no, vorreste darle un’occasione? E il libro? Cosa ne pensate? Fatemi sapere!

A presto!

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Cronaca di Una Morte Annunciata – Gabriel Garcìa Màrquez

Buon mercoledì! Come prosegue questo afoso luglio?

Oggi sono qui per una recensione, evviva tornano le recensioni, per la precisione con la recensione del libro che abbiamo letto nelle ultime due settimane di giugno sul gdl ovvero Cronaca di una Morte Annunciata di Gabriel Garcìa Màrquez.

Abbiamo selezionato per le ultime due settimane di giugno titoli piuttosto brevi e questo rientra pienamente nella categoria, che dire parliamone subito!

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Cronaca di una Morte Annunciata – Gabriel Garcìa Màrquez

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Romanzo

Pagine: 90

Prezzo di Copertina: € 9,50

Prezzo ebook: € 7,99

Anno di Pubblicazione: 1981

Link all’Acquisto: QUI

Trama

Santiago Nasar morirà. I gemelli Vicario hanno già affilato i loro coltelli nel negozio di Faustino Santos. A Manaure, “villaggio bruciato dal sale dei Caraibi”, lo sanno tutti: presto i fratelli della bella quanto svanita Angela vendicheranno l’onore di quella verginità rubatale in modo misterioso dall’aitante Santiago, ricco rampollo della locale colonia araba. Tutti lo sanno, ma nessuno fa alcunché per impedirlo: non la madre della vittima designata, non il parroco, non l’alcalde, neppure una delle numerose fanciulle che spasimano per il Nasar. E così la morte annunciata lo sorprende nel fulgore di una splendida mattinata tropicale. Ma non per agguato o per trappola: un destino bizzarro e crudele fa sì che la fine di Santiago si compia per un concorso di fatalità ed equivoci, mentre gli stessi assassini fanno di tutto perché qualcuno impedisca loro l’esecuzione. 

 

Recensione

Inizio dicendo che questo testo è tratto da un fatto realmente accaduto in Colombia, i nomi sono fittizi tranne quelli dei parenti dell’autore ma nonostante questo non è un testo true crime ma è un romanzo a pieno perché come dice anche l’autore, ha aggiunto un’ampia corrente narrativa.

E’ uno dei testi più famosi di Màrquez ma c’è da dire che questo è un autore noto per molti testi fra cui ne cito solo qualcuno, “L’Amore ai Tempi del Colera”, “Cent’anni di Solitudine” e “Memoria delle Mie Puttane Tristi”.

Allora partiamo dai punti positivi, ovviamente lo stile di scrittura, ci sono delle piccole perle inserite nelle descrizioni o in frasi sparate in giro per il libro che mi hanno ridato la vita durante la lettura, come ad esempio “era sui trent’anni, ma assai ben occultati, perché aveva la vita sottile da torero, gli occhi dorati, e la pelle cucinata a fuoco lento dal salnitro“.

Quindi è un libro ben scritto e questo non comunque sottinteso per come la vedo anche per grandi autori come Màrquez, ogni libro è diverso quindi anche se stiamo parlando di un grande scrittore non è detto che in ogni titolo mai scritto il suo stile sia sempre impeccabile.

Anche perché nonostante sia un libro breve ci sono parecchi personaggi da gestire, non credo di aver mai letto un libro così breve con così tanti personaggi.

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Questa è un mappa dei rapporti fra i protagonisti del libro, vi chiedo scusa per la risoluzione ma non sono riuscita a trovarla in una risoluzione migliore.

Da questo è evidente che i personaggi e i legami fra di loro sono molti, la parte interessante è che i rapporti sono davvero ben annodati e il libro ruota attorno ad un argomento principale ovvero la morte di Santiago e questi rapporti servono anche a comprendere questa e le sfaccettature di questa.

Quindi ottima costruzione, stile e intrecci.

Sono i punti positivi questi che sono molti comunque e rendono godibile un testo, consiglio la lettura di conseguenza ma ora parliamo di quelli che per me sono i punti negativi.

Come dicevo il libro dovrebbe basarsi sull’assassinio di Santiago e sulla motivazione legata a questa tragedia, ma il motivo viene svelato quasi subito, a pagina 16 ed è un peccato per me perché avrei voluto attendere ancora prima di scoprire tutto questo.

Ovviamente viene analizzata di più man mano che si prosegue nella lettura ma anche nella trama scritta dietro al libro c’è una domanda che riguarda la motivazione quindi pensavo “chissà che hype” e invece viene rivelata presto e tutta la curiosità pian piano va scemando anche se la lettura è in ogni modo piacevole.

Altro appunto, questo non è per forza un punto negativo, pensavo che l’aspetto che mi avrebbe fatta infuriare di più avrebbe riguardato l’omertà che dilaga nel non rivelare a Santiago la notizia della morte ma non è stato così.

In realtà sì c’è senza il minimo dubbio dell’omertà ma qualcuno cerca di avvisare questo uomo in modo sbagliato magari ma qualcuno ci prova, in più diciamo che ci sono anche una serie di sfortune che si immettono sulla strada del suo salvataggio, mentre altre persone ancora sono scettiche perché gli uomini che uccideranno il giovane erano pesantemente ubriachi e andavano in giro ad annunciare questa morte quindi è complicato prenderli sul serio.

Gli assassini dell’uomo infatti sono i fratelli/gemelli Vicario e lo annunciano a tutti forse proprio perché non sono così certi di volerlo uccidere e sperano in un modo un po’ perverso che qualcuno lo avvisi e gli impedisca di morire per mano loro.

Ognuno ha in un certo modo le proprie ragioni per non avvisare Santiago, alcuni pensano che sia uno scherzo, altri lo fanno ma non vengono presi sul serio, altri ancora si mobilitano ma finiscono per perdersi, altri se la prendono con lui invece di capire che è la vittima.

Parliamo ora della scena finale, il libro si chiude con una descrizione dettagliata dell’assassinio, descrizione che era stata solo accennata prima, qui si narra il modo in cui l’uomo è morto, come si sono comportate le persone e i due assassini e cosa ha fatto la vittima una volta portata sul punto di morte.

Ecco, qui c’è una sequenza che mi è sembrata un po’ ambigua, Santiago viene accoltellato molte volte con dei coltelli piuttosto grezzi ma importanti per dimensioni, gli uomini lo sorreggono ad una porta e lo infilzano ripetutamente, tenete conto del fatto che la vittima è un uomo comunque di corporatura resistente diciamo.

Immaginatevi la scena, questo uomo è lì trafitto sul torace, sulla pancia, sulle cosce, sulle braccia, un po’ ovunque, ad un certo punto cade in ginocchio ovviamente in fin di vita, gli organi interni sono seriamente danneggiati tanto che (se siete facilmente impressionabili non leggete la prossima riga) le viscere fuoriescono e lui le tiene in mano.

Ok, in questo stato lui comunque si rialza, cammina lì vicino verso la casa dei vicini quando entra questi stanno facendo colazione e lui sorride cortesemente a tutti, camminando perfettamente con un piede dopo l’altro ” camminava con la prestanza di sempre, misurando bene i passi” e dopo questo finisce sul patio della casa dei vicini, ha persino la cura di togliere la terra che gli era rimasta addosso e lì dopo gli scalini crolla ventre a terra e muore.

Io non ho mai studiato medicina e non mi intendo di queste cose ma credo sia strana questa sequenza, ora è pur vero che le coltellate sono “colpi alterni e facili” ma stiamo comunque parlando di molte coltellate, molte ferite profonde che hanno danneggiato gravemente gli organi interni (questo viene detto durante l’autopsia) è possibile che in queste condizioni, con questa fuoriuscita lui riesca a muoversi in questo modo?

Vi ripeto mi è sembrata strana come sequenza poi non me ne intendo ma non saprei dopo tutti quei colpi e quelle ferite da come ne parlano gli altri sembra non avere quasi nulla.

E qui c’è un discorso importante da fare, non ci si può fidare pienamente di quello che dicono gli altri in questo libro, ognuno ha una propria versione e non è detto che tutto sia vero, alcune persone non ricordano o tengono nascosto qualcosa.

Quindi la morte potrebbe essere anche andata in modo diverso da queste testimonianze.

E’ uno di quei rari testi in cui già si conosce il finale ovviamente.

Insomma comunque sia è un testo godibile, potrebbe essere un ottima lettura estiva perché è breve ma interessante, quindi mi è piaciuto sì ma non mi ha soddisfatta a pieno.

Voto:

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Quindi bel testo, ottima costruzione ma vola abbastanza via come libro nel senso che non rimane tanto nella mente (almeno per me) quindi lo rileggerei sì ma alcune cose non sono così incredibilmente sconvolgenti come sembra dalla trama.

E voi? Avete letto “Cronaca di una Morte Annunciata”? Sì? No? Cosa ne pensate?

A presto!

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#sonoindipendente – Vorrei Mettere il Mondo in Carta – Giorgia Colucci

Salve ragazzi/e!

Ormai manca poco alla fine di febbraio, diciamocelo, un mese che è arrivato ed è andato proprio.

Comunque, parliamo di cose serie, voi come state? Siete scampati/e alla solita influenza che gira ancora a piede libero?

Spero di sì, oggi nuova recensione della categoria #sonoindipendente, quindi parliamo di un’autrice esordiente che il 22 febbraio ha pubblicato una raccolta di poesie.

Ho conosciuto questa ragazza grazie a Valeria Franco, giovane autrice che ho avuto modo di conoscere meglio dopo la pubblicazione e la recensione del suo libro di cui vi avevo parlato sempre qui qualche settimana fa.

Tra l’altro sul blog di Valeria trovate un’intervista a Giorgia Colucci, l’autrice del libro di cui parleremo oggi, vi lascio il link dell’intervista all’autrice, QUI.

Andiamo a parlare meglio di questa raccolta!

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Vorrei Mettere il Mondo in Carta – Giorgia Colucci

Casa Editrice: I Quaderni del Bardo

Tipologia: Raccolta di Poesie

Pagine: 48

Prezzo ebook: € 2,99

Anno di Pubblicazione: 2019

Link all’Acquisto: QUI*

Trama

“Cerco rime/ per sfuggire/ alla banalità/ (e nulla è più banale che dirlo)”, così scrive Giorgia Colucci nella poesia che dà il titolo alla sua prima raccolta poetica. Una scrittura matura quella di Colucci, tesa alla ricerca della rima. La rima come punto di fuga alla contemporaneità in cui i sogni fuggono in avanti per non essere ingabbiati da menti vecchie. In Giochi di parole scrive: “Non siate versi/ tronfi e vanitosi/ che si declamano/ da soli/ a platee dormienti./ Dite quel che vi pare”. Una riflessione sulla scrittura, sul suo ruolo salvifico e consolatorio, ancora in Ad Amarante: “Prendo la penna in mano,/ rendo impermeabile l’inchiostro, la carta/ che cola in rivoli nella testa,/ senza connessione./ A fiume,/ oppongo fiume/ in una scialuppa di fiume”. Una scrittura che rimanda al classicismo, ma che vive il suo presente attraverso le tematiche che affronta, da quelle dei migranti, come in Madina, fino alle riflessioni sul ruolo femminile. La giovane autrice afferma i suoi valori nelle poesie dedicate alla famiglia, ai nonni, alla madre. Le sue poesie hanno una struttura solida, ma ricercata nel linguaggio che si proietta dal passato al futuro con l’uso dell’apocope, come in Atroce attesa: “Atroce attesa,/ pigiati nelle carni/ ce ne stiam/ senza difesa./ Respiro su respiro/ Mischiam le ossa,/ volti estranei/ condividono la fossa.” (Elisa Longo)

[…]Vorrei nascondervi ma siete scossi, dentro al mio mare, i figli rossi di un cuore morto, nell’annegare.

Recensione

Allora, ovviamente vorrei iniziare facendo la solita premessa che mi piace fare quando parliamo di poesia.

Posso valutare fino ad un certo punto il lato soggettivo di queste perché cambia per tutti per questo preferisco concentrami sul lato oggettivo e più tecnico, anche il caso di oggi è particolare, vedremo dopo.

Allora la raccolta di compone di 24 poesie, che sfiorano diversi argomenti, come ad esempio i nonni, vari luoghi (ci sono poesie dedicate ad Atene, Amarante, la Manica), le stagioni, fatti e persone del quotidiano e esperienze anche giornaliere.

Io in genere adoro le poesie che parlano di una situazione o un momento della giornata che tutti viviamo in modo simile, come ad esempio un tramonto o la notte, tutti ci ritroviamo prima o poi a riflettere in questi momenti.

Posso essere considerate poesie del quotidiano e inni al mondo per come lo conosciamo, insomma sono il mio genere.

Sopratutto nell’ultima parte di questo libricino ci sono poesie di questo tipo che ho apprezzato.

Dunque lo stile dell’autrice mi è piaciuto in generale, quasi per tutta la durata della raccolta, devo dire (e questo ho avuto modo di dirlo anche a lei) che l’uso dell’epifora non l’ho apprezzato più di tanto ma questo è anche un fattore soggettivo, personalmente non mi piace più di tanto questa figura retorica insomma.

A dire il vero l’epifora non è molto utilizzata tranne che in rare poesie come ad esempio questo passaggio di Amarante:

A fiume, oppongo fiume, in una scialuppa di fiume.

Ma a parte questo non ho altri particolari appunti, si usa spesso la figura di Morfeo e l’immagine di un qualcosa di rossiccio o rosso, si usa spesso questo colore insomma ma è giusto un appunto che faccio perché leggendo le poesie ho notato questo fatto.

Per alcuni brevissimi tratti ho notato un piglio romanzato nelle poesie ma è un fatto che apprezzo.

Il principale punto forte di questa raccolta sono le esperienze e i ricordi che arrivano dall’autrice ai giovani sopratutto, io e l’autrice siamo praticamente coetanee e questo l’ho avvertito molto nella lettura, alcune esperienze legate alla famiglia o alle emozioni che si avvertono le ho sentite simili se non uguali a quelle che provavo io.

E’ una raccolta fortemente indirizzata ai giovani, per le esperienze contenute all’interno, ovviamente tutti la possono leggere anche perché tutti (indipendentemente dall’età) abbiamo provato queste emozioni, ma le ho avvertite rivolte ai giovani di oggi in particolare.

Le mie due poesie preferite che mi hanno ricollegata alla mia infanzia e ad un momento particolare di questa sono “I dolci della Nonna” e “Ricordo di Mia Madre“.

Vi scrivo qui un estratto di entrambe in ordine di “nomina”:

Erano di una penombra natalizia e farinosa. Erano dei pomeriggi, esuli e interminabili, delle attese profumate. Erano dolci sotto la pelle irruvidita, dal forno e dal lavoro. I tuoi borbottii se li portavano sotto al mattarello e nel cacao, i tuoi malumori di fatiche.

E’ così che ti ho vista piangente, le lacrime ti solcavano il viso inconsolabili, come io non avevo mai visto. Solo nel lutto tu, donna forte, eri giaciuta sotto le macerie del pianto, solo allora, l’immonda spada dell’annientamento ti aveva colpito.

Alcuni componimenti mi hanno decisamente riportata ad istanti del passato, o meglio, mi hanno riportata a delle determinate sensazioni che in passato mi è capitato di provare.

Quando questo succede con le poesie è sempre una vittoria per queste secondo me, a livello emozionale suscitare questo fatto per le poesie è più complicato e mirato, con un testo di narrativa si ha a disposizione più pagine e uno stile diverso.

Come ho detto anche con l’autrice, la lunghezza di questa raccolta è piuttosto breve e avrei desiderato più pagine, come accade in ogni raccolta alcuni componimenti sono più riusciti di altri ma lo stile in generale mi è piaciuto, l’ho voluta rileggere una seconda volta per apprezzare meglio quelle che la prima volta non mi avevano colpita più di tanto, come ad esempio “Le Donne in Treno“;

Non parlano d’amore le mie donne, nei viaggi d’ore, seguiti d’una notte insonne. Non parlano nemmeno di dolore, celati in seno son tutti graffi del loro cuore. Carezzano anche quelli come figli, germogli belli da custodire tra i lor grovigli.

Insomma, sono felice di aver letto questa raccolta per le emozioni che mi hanno fatta riscoprire e per lo stile fresco dell’autrice, non ho apprezzato in toto l’opera e avrei desiderato altre pagine ma in ogni caso è stata un’ottima lettura.

Voto:

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Sono certa del fatto che per ciò che ho letto l’autrice avrà un degno futuro nel mondo della scrittura.

Bene!

E voi gente? Qual’è la vostra raccolta di poesie preferita?

A prestissimo!

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1984 – George Orwell

Buon martedì gente!

Come state? Febbraio è iniziato da 5 giorni e io non faccio altro che ripetermi che arrivare al 28 sarà un lampo… così, giusto per mettermi ansia.

Comunque, oggi parliamo di “1984” di George Orwell, il libro che abbiamo letto nel mese di gennaio sul gdl.

Pilastro del genere distopico che non vedevo l’ora di leggere, sentivo che era arrivato il momento per me di leggerlo e dato che ha vinto anche al sondaggio del gruppo ero davvero entusiasta per la lettura.

Nella recensione di oggi credo svierò in discorsi più ampi perché con i temi contenuti qui c’è questo rischio.

Iniziamo ragazzi/e, c’è tanto di cui parlare!

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1984 – George Orwell

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Distopico

Pagine: 305

Prezzo di Copertina: € 14,00

Prezzo ebook: € 7,99

Anno di Pubblicazione: 1949

Link all’Acquisto: QUI*

Trama

L’azione si svolge in un futuro prossimo del mondo (l’anno 1984) in cui il potere si concentra in tre immensi superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia. Al vertice del potere politico in Oceania c’è il Grande Fratello, onnisciente e infallibile, che nessuno ha visto di persona ma di cui ovunque sono visibili grandi manifesti. Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un’esistenza “sovversiva”.

Bastava arrendersi e tutto veniva da sé. Era come nuotare contro una corrente che vi spingeva all’indietro a dispetto degli sforzi più disperati, dopodiché decidevate all’improvviso di girarvi e, invece di opporre resistenza, di abbandonarvi a essa. Nulla era mutato, se non il vostro atteggiamento. L’evento prestabilito si compiva comunque. Non riusciva a capire per quale motivo si fosse ribellato. Era tutto così facile, eppure…

Recensione

Mi capita spesso, sopratutto quando affronto testi come “1984” quindi classici contemporanei di una certa importanza, di fare un salto su Course Hero.

Course Hero è un sito americano creato per aiutare sopratutto gli studenti, affronta vari temi per varie materie, fra queste la letteratura con degli schemi davvero utili secondo me se vi state per approcciare ad un libro che magari vi intimorisce o è particolarmente difficile.

Io sono sempre stata molto intimorita da “1984” quindi prima di iniziare la lettura ho voluto fare un salto sul loro sito per visitare lo schema e una volta terminato il testo tutto ha avuto senso.

Quando si pensa a questo libro si pensa subito ad un pilastro del genere distopico giustamente, ciò che mi ha conquistata è la connessione fra vari sistemi che messi assieme rendono perfettamente durante la lettura l’idea di un sistema di sorveglianza quasi impossibile da rompere, una mentalità che sembra impossibile da riportare alla luce.

Dopo aver letto il libro ho letto anche qualche recensione in cui si dice che “1984 è il presente”, che questo libro “dona speranza”.

Non sono per nulla d’accordo con queste affermazioni, dopo aver letto questo libro ciò che ho perso è proprio la speranza ma non nel presente bensì per il mondo di 1984, ho perso la speranza per/in Winston.

E non sono nemmeno d’accordo con chi afferma con aria sconsolata che il 1984 è il presente, forse ci sono alcuni piccoli punti in comune ma non siamo a livello di 1984.

Andiamo con ordine comunque, ho talmente tanti stralci di pensiero su questo libro che sono avventata anche nel parlarvene.

Lo stile di scrittura mi è piaciuto ma non è il punto forte del libro, c’è qualche ripetizione ma non ho capito se è voluta, per seguire la mentalità di Winston e il fatto che molte volte riporta alla mente certi ricordi, oppure no anche perché queste ripetizioni di cui parlo non riguardano i ricordi di Winston (o alcuni concetti chiave) ma vere e proprie informazioni secondarie o dettagli fornite/i dall’autore.

Però in generale lo stile di Orwell mi è piaciuto, ho apprezzato molto i colpi di scena, l’apertura di alcuni capitoli, il piglio che hanno preso certe scene, il modo dell’autore di descrivere le emozioni.

«Quando fai all’amore, spendi energia; e dopo ti senti felice e non te ne frega più di niente. Loro non possono tollerare che ci si senta in questo modo. Loro vogliono che si bruci l’e­nergia continuamente, senza interruzione. Tutto questo mar­ciare su e giù, questo sventolio di bandiere, queste grida di giubilo non sono altro che sesso che se ne va a male, che di­venta acido. Se sei felice e soddisfatto dentro di te, che te ne frega del Grande Fratello e del Piano Triennale, e dei Due Minuti di Odio, e di tutto il resto di quelle loro porcate?»

I personaggi sono ben caratterizzati, ecco, un punto forte del libro credo sia proprio questo, la caratterizzazione dei personaggi, Orwell su un dettaglio ci ricama un mondo ma mai in modo noioso, è tutto materiale per la comprensione dei personaggi e l’immagine che si ha di loro.

Winston a tratti mi è parso lontano altre vicino, a volte si perde altre invece è saldo sulle sue convinzioni.

Il mio principale problema con questo libro e che, a differenza di altre persone probabilmente, non mi ha aperto mondi nuovi, vuoi per il fatto che ne ho sentito parlare talmente tante volte che il senso di questo mi è sembrato un qualcosa di già scoperto o vuoi per il fatto che le dinamiche mi sono sembrate famigliari subito.

Non famigliari perché viviamo in un sistema come questo o altro, ma perché dopo poco mi sono sentita assorbita dalla mentalità di 1984 ed è stato facile da lì in poi immaginare la serie degli eventi.

Devo anche dire che se questo libro lo avessi letto 6 anni fa o se una persona nata nel 1950 lo avesse letto negli anni ’60 le cose sarebbero state diverse, ci sarebbe stata più sorpresa e scoperta che per me nella lettura non c’è stata più di tanto.

Detto ciò però riconosco il valore di questo testo e tutto sommato è una lettura che mi ha appassionata fino all’ultima pagina, i pezzi finali in cui si parla di Julia mi hanno angosciata molto.

Tra l’altro penso che le ultime pagine siano proprio quelle più interessanti, questo è uno dei casi in cui il fatto di non poter spoilerare mi pesa, il fatto che tutto sembra aggrumarsi e si arriva ad una vera conclusione nella mentalità di Winston.

Si ripete la formula 2+2=5 che nelle ultime pagine prende peso nella testa del protagonista, anche se nelle vecchie edizioni questa formula presente nelle ultime pagine viene lasciata in sospeso come per voler lasciare in dubbio il lettore sul pensiero dell’uomo.

L’ultimo pezzo del libro tra l’altro può essere considerato anche come un sogno, un trip quasi.

Ci sono diversi messaggi/luoghi che tornano diverse volte, una è “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” e/o la Stanza 101, luogo che si presenta sopratutto nell’ultima parte del libro.

Ci si interroga parecchio su ciò che accade in questa stanza e questa è una delle cose che non mi aspettavo, non avevo capito il reale scopo di questo luogo, pensavo fosse una camera adibita all’uccisione invece no.

Lo scopo del Partito, antagonista principale assieme al Grande Fratello, è quello di non sottomettere uomini ma quelli che un tempo erano uomini, svuotare le persone da tutto ciò che li rende umani, i sentimenti, quindi tutto ciò che comprende l’amore, l’amicizia, e anche gli stimoli che partono naturalmente per esempio l’istinto di protezione per qualcuno.

Annullare il pensiero proprio e instillare una mentalità uguale in ognuno, mirata a supportare e amare il Grande Fratello.

Leggendo il libro c’era un pensiero che continuava a balenarmi nella mente, per quanto un potere possa essere ben instillato, per quanto la gente possa essere schiava di questo, per quanto la società possa essere marcia fino al midollo, ci sarà sempre qualcuno che va contro a tutto questo, un ribelle, qualcuno che si rivolterà contro il Potere, la storia lo dimostra.

Questo è un pensiero che forse viene intravisto in 1984 ma non approfondito fino in fondo.

Nel caso di 1984 il passato non esiste o meglio:

Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato

La società di 1984 è costruita da Orwell nei minimi dettagli, non ci sono falle, questo senso di sorveglianza, di controllo del potere sulle persone è così forte che si avverte in modo prepotente.

E’ un libro angoscioso, per tutto, in ogni area della quotidianità in cui si guarda il senso di rigidità sembra essersi innescato in modo così profondo da non poter essere rimosso.

I meccanismi mentali che vogliono essere instillati dal Partito rappresentano nel vero senso della parola il lavaggio del cervello, un lavaggio fatto per poi riempire la mente e risvuotarla all’occorrenza con tutto ciò che il Partito desidera.

C’è poi il concetto del bipensiero:

Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale propria nell’atto di rivendicarla; credere che la democrazia sia impossibile e nello stesso tempo vedere nel Partito l’unico suo garante; dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Sopratutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto. Anche la sola comprensione della parola “bipensiero” ne implicava l’utilizzazione.

A volte 2+2 fa 4 altre volte 5 insomma.

E’ un libro che mi è piaciuto, non in toto, ma i messaggi sono davvero potenti, alcuni concetti meritano il successo che hanno ottenuto, il quadro descritto da Orwell è agghiacciante, i ragionamenti sul Potere, sulla natura di esso chi vuole il potere, vuole il potere di per sé, ciò che simboleggia il potere, sono frasi che vanno all’essenza di questioni intricate.

Voto:

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Ho deciso di dare quattro stelle perché era un libro che aspettavo da anni di leggere e forse mi sono illusa un tantino, ma fortunatamente non troppo, comunque è stata una lettura coinvolgente che rifarei altre volte di certo.

E’ un libro che consiglio a tutti, alcuni punti non mi hanno convinta al punto tale da assegnare cinque stelle ma dopo averlo letto non faccio altro che pensarci e interrogarmi sul senso di alcune scene e qualcosa mi dice che non smetterò presto di farlo.

Detto ciò ragazzi/e, ditemi, voi avete mai letto “1984”? Sì? Vi è piaciuto? No? Perché?

A prestissimo!

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#sonoindipendente – La Landa delle Strane Idee – Valeria Franco

Ehilà gente!

Oggi sono tornata con una nuova recensione che, come vedete ha la dicitura #sonoindipendente, quindi parleremo di un titolo pubblicato da una casa editrice indipendente o auto-pubblicato dall’autore/autrice.

In questo caso il libro “La Landa delle Strane Idee” è un’auto-pubblicazione.

Ho conosciuto personalmente l’autrice, il che è sempre positivo perché se dovessi avere dei dubbi a fine lettura riguardo un punto del testo posso sempre chiedere spiegazioni.

Valeria è una giovane ragazza dalla cui creatività è nata questa raccolta di racconti sul genere noir e non solo.

Comunque, ho tanto da scrivere su questo libro quindi andiamo subito a parlarne meglio assieme!

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La Landa delle Strane Idee – Valeria Franco

Casa Editrice: Self Publishing/Auto-Pubblicato

Tipologia: Raccolta di Racconti

Pagine: 109

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): €11,50

Prezzo ebook: €4,99

Anno di Pubblicazione: 2017

Link all’Acquisto: QUI*

 

Trama

Quando i più oscuri pensieri della quotidiana cronaca nera si sposano con il puro candore delle bianche pagine, dalla loro unione nasce un figlio, la trama. Essa è nera come l’animo del padre, l’orrore, ma innocua come la consistenza della madre, la carta. Se la trama è davvero la figlia dell’orrore e della carta, questo semplice libro, come molti altri prima di esso, ne è solamente una conseguenza.

In molti hanno fantasticato su come potesse essere l’Aldilà. Purgatori, reincarnazioni, e penitenze divine sono tutte frottole; per quanto ne sappiamo noi Dio non è più manifesto di qua di quanto non lo fosse stato di là.

Recensione

Il libro contiene 6 racconti in totale, se escludiamo un breve “manuale d’istruzioni” all’inizio.

Di questi sei racconti alcuni sono più lunghi rispetto ad altri, iniziamo con il botto parlando del mio racconto preferito dell’intera raccolta che è proprio il più lungo ovvero “Il Lato Mortale”.

La citazione in alto è tratta proprio da queste pagine, è il mio preferito perché forse grazie anche alla lunghezza mi ha permesso di immergermi a pieno nelle atmosfere e nei temi trattati al’interno.

Parliamo di morte, immortalità, segreti il tutto ambientato tra una cittadina con le sue viuzze, la chiesa con gli affreschi e a Pozzo Dell’Anima, l’Aldilà quindi.

Mi sono immaginata quelle scene pesanti dove c’è quasi sempre la pioggia che esalta le emozioni negative dei personaggi, che sembra schiacciare a terra tutta la vicenda.

Si parla principalmente di uno scopo, un obbiettivo che ha fatto soffrire molte persone, gente che non smette di sentirsi in colpa per ciò che ha fatto e ho adorato il finale perché sembra dire “anche se tutti hanno fatto l’impossibile, le azioni più violente, vigliacche e orrende per questo obbiettivo alla fine ciò che hanno ottenuto non sembra così meritevole per queste azioni”, voglio dire lo scopo è immenso ma leggendo da fuori sembra poco per ciò che hanno sacrificato, i personaggi sembrano intrappolati e una vita in trappola che cos’è se non un inferno vivente?

E’ un racconto che mette davanti agli occhi del lettore una miriade di emozioni umane, il senso di colpa e la vendetta sono due di queste e giocano un ruolo fondamentale ai fini della vicenda.

Torna spesso il tema della pazzia nel libro, è un punto cardine del testo oserei dire, anzi il libro si apre con questo manuale che è incentrato proprio sulla pazzia (ha anche altri messaggi).

La pazzia si ripresenta in “Michele”, il penultimo racconto della raccolta, mi è piaciuto parecchio anche questo, in cui una ragazza è convinta di avere un “rapporto” molto inquietante e ambiguo con un ragazzo di nome Michele, ma questo giovane uomo è reale? E’ stato lui il responsabile di alcuni atti agghiaccianti accaduti all’interno del testo? Sì o no?

Prima di questo racconto c’è “La Piccola Società di Lavoratori”, testo piuttosto breve che mi ha stupita dall’inizio alla fine, perché inizialmente non capivo ciò che accadeva all’interno e perché capitasse questo, poi c’è stato un crescendo di pagina in pagina che porta ad un finale meraviglioso che racchiude un significato immenso in cui molti si potranno riconoscere, io di sicuro.

C’è poi l’ultimo racconto che è uno dei più lunghi assieme a quello citato prima che è “Un Eroe lo si Riconosce dal Cappello”, il racconto più simpatico di tutta la raccolta che comunque ha sempre dei tratti che sfociano nel noir, nel drammatico, queste pagine invece spezzano quest’atmosfera.

E’ una parodia degli eroi ed un ragionamento estremamente valido sul bene e il male.

Ultimi due racconti sono “Nata per Non Vivere” e “Mondo Ufficio”.

Prima di arrivare a “La Piccola Società di Lavoratori”, “Mondo Ufficio” era quello che mi aveva sorpresa di più perché è un racconto con dei protagonisti molto particolari che offre uno scorcio su un tema importante ovvero il Libero Arbitrio e il rapporto tra la Natura e l’Uomo.

“Il Libero Arbitrio concede ad un uomo la possibilità e la voglia di camminare, ma se in un incidente perde una gamba quanto valore ha il suo diritto di camminare di fronte all’evidenza di non avere più un arto?”

Ultimo racconto di cui dobbiamo parlare è “Nata per non Vivere”, molto breve, due paginette scarse ma d’impatto anche questo perché sospende un po’ i ponti con la realtà e mette in dubbio questa, un esperimento che offre degli spunti di riflessione.

Ora che vi ho parlato di ogni racconto voglio parlare dello stile dell’autrice.

Mi è piaciuto da morire, è uno stile sentito, profondo che sembra scavare nel cuore delle situazioni (sopratutto quelle più drammatiche), è scorrevole, piacevole, ogni volta non vedevo l’ora di riprendere il libro per scoprire ciò che all’inizio non era stato detto.

Un altro punto a favore è la sorpresa, alcuni epiloghi non li avrei potuti mai immaginare, mi ha impressionata il fatto di saper tenere il lettore allo scuro per poi farlo arrivare molto lentamente al finale per poi ancora sbatterglielo in faccia.

E’ uno stile che a volte sale di qualche tacchetta, è scorrevole come dicevo ma diventa in alcuni momenti più ricco di terminologie e lo fa in momenti precisi, quelli più drammatici.

Non ho critiche da smuovere a questo testo, nemmeno una, dopo aver letto il libro (e durante la lettura anche) pensavo “mi piace tutto di questo libro”,  lo stile è ottimo, la caratterizzazione dei personaggi anche, la atmosfere ci sono, i messaggi contenuti all’interno molto importanti, ci sono sempre in ogni racconto… Cosa manca? Niente.

I messaggi, torniamo un attimo su questo punto, contenuti all’interno compaiono quando meno te lo aspetti, sembra una scena tranquilla ma spunta un tema a cui non avevi pensato che però si va a collegare perfettamente con la vicenda.

Questo libro penso punti la lente di ingrandimento, oltre che a questioni immense come il Libero Arbitrio, sulle emozioni umane, tutto ciò che ci caratterizza come essere viventi di solo dal lato negativo della questione.

“Non mi ricordavo gli occhi che sembravano essere tanto abituati al pianto da soffrire la mancanza delle lacrime.”

Insomma, mi è piaciuto moltissimo come libro e ripensando alla scorsa raccolta di racconti che ho letto “La Boutique del Mistero di Buzzati” qui so che i racconti mi rimarranno impressi per molto tempo e anche i ragionamenti che portano a fare.

Voto:

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Sono le mie prime 5 stelline del 2019, speriamo le prime di molte, con questo libro il 2019 è partito alla grande.

E’ uno di quei rari casi, rarissimi, in cui non ho nulla di negativo da dire, o di poco convinto, niente.

Bene!

E voi? Vi piace il genere noir? E le raccolte di racconti? Fatemi sapere!

Elisa

 

 

 

 

La Boutique del Mistero – Dino Buzzati

Buona Epifania ragazzi/e e finalmente ben tornati/e sul blog!

Ahhh che gioia essere tornata, le feste sono finite, o meglio finiscono oggi, ed è ora di ripartire con quinta anche.

Come sono state queste feste? Vi siete divertiti/e? Vi siete riposati/e? Spero davvero di sì!

Con il ritorno alla normalità come avrete notato la grafica del blog si allontanata dal Natale, ogni anno dopo la fine delle feste natalizie ci tengo a tornare con una nuova grafica perché dato che andiamo incontro ad un anno nuovo è giusto un po’ di rinnovamento!

Comunque iniziamo questo nuovo anno con una recensione, nello specifico la recensione de “La Boutique del Mistero” di Dino Buzzati, libro in lettura nel mese di dicembre sul gdl LiberTiAmo.

Ripartiamo people!

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La Boutique del Mistero – Dino Buzzati

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Raccolta di Racconti

Pagine: 208

Prezzo di Copertina: € 12,00

Prezzo ebook: € 7,99

Anno di Pubblicazione: 1968

Link all’Acquisto: QUI

 

Trama

Trentuno racconti, scelti e ordinati da Dino Buzzati «nella speranza di far conoscere il meglio di quanto ho scritto», compongono questa raccolta. Racconti (celeberrimi “Il colombre”, “I sette messaggeri”, “Sette piani”, “Il mantello”) in cui allegorie inquietanti, spunti surreali, invenzioni fantastiche coesistono con dati di cronaca, o presunti tali, che sembrano rimandare a possibili realtà metafisiche. Il racconto è infatti per Buzzati un momento di indagine profonda ed emozionante in un’atmosfera magica: poche volte, nella letteratura italiana, uno scrittore ha esplorato così a fondo il mistero che circonda l’uomo, le debolezze e i paradossi che lo caratterizzano, la sua solitudine, le sue esperienze.

“Io uomo fatto, lui appena adolescente.
Ma una sera all’improvviso, in solitudine all’insaputa della intera umanità, con una matita in mano, egli scrisse alcune righe, e subito cominciò a staccarsi da terra.
Volava un po’ sghembo, librandosi simile a falco giovanetto sopra le case e gli alberi, entrava e usciva dalle grandi nuvole bianche del cielo, si sentiva a casa sua lassù; macché ali, un mozzicone di lapis copiativo fra le dita gli bastava.”

Recensione

Questo è stato il mio primo Buzzati completo, dato che mesi fa ho iniziato “Il Deserto dei Tartari” senza portarlo a termine e anni fa “Un Amore” senza portarlo a termine.

Non per motivi particolari, nel primo caso dopo averlo iniziato stavo anche adorando la lettura ma sono subentrati altri libri e questo è finito sotto alla pila, mentre nel secondo caso ricordo di non aver avuto molto entusiasmo.

Ma parliamo della Boutique del Mistero, è una raccolta di racconti, parecchi racconti, trentuno nello specifico, la maggior parte sono piuttosto brevi massimo 4/5 pagine ma ci sono alcune eccezioni.

Dato che non è un romanzo o racconto lungo ad essere sincera fatico a dirvi qualcosa di specifico dato che non posso fare spoiler e in questo libro ci sono 31 situazioni diverse, ma ci sono alcuni punti in comune, ogni racconto ha lo scopo di “insegnare” o suggerire un qualcosa, una lezione, un risvolto a certi atteggiamenti o situazioni.

In alcuni racconti anche, verso la fine del libro, compare anche Buzzati stesso che si inserisce in qualche avventura.

Il problema principale con i racconti è il tralasciarne alcuni che alla fine non ti hanno lasciato niente, è come se davanti agli occhi ti passassero 31 immagini di panorami diversi e dopo averli visti tutti solo alcuni ti rendi conto di averli ancora in giro per la mente.

Quindi su 208 pagine solo alcune mi hanno lasciato qualcosa, in particolare l’ultimo racconto mi è piaciuto particolarmente, Buzzati scrive della morte della madre in termini e in ragionamenti commoventi e sentiti, questo ve lo dico dai anche se è un mini spoiler, il racconto si intitola “I Due Autisti” perché Buzzati pensa a il fulcro del discorso fra i due autisti che stanno trasportando la defunta madre, e riflette sull’egoismo dei figli e il bisogno della donna in vita della vicinanza negata da questo.

E’ molto commovente e un finale perfetto per questa raccolta.

 “Io invece no. Io andavo in giro per Milano ridendo e scherzando con gli amici, idiota, delinquente che ero, mentre il costrutto della mia stessa vita, l’unico mio vero sostegno, l’unica creatura capace di comprendermi e di amarmi, l’unico cuore capace di sanguinare per me (e non ne avrei trovati altri mai, fossi campato anche trecento anni) stava morendo.”

Altro racconto che mi è piaciuto, forse il più citato del libro è “Inviti Superflui”, qui l’autore pensa ad una donna e alla diversità che li separa oltre che alle possibili scene che potrebbero vivere assieme se fossero ancora assieme e se questa forse fosse diversa.

E’ un testo poetico, romantico e capisco perché è il più citato.

Infine, ve ne cito tre perché alla fine sono quelli che mi sono rimasti più impressi, altro racconto che mi gironzola ancora per la testa è “Il Cane che ha Visto Dio”, uno dei racconti più lunghi dell’opera.

Si dividono in due categorie i racconti di questo libro, quelli che vogliono lasciare al lettore un messaggio, una lezione diciamo e quelli che invece vogliono solo parlare di un pensiero, di uno stato d’animo dell’autore, camuffati questi ultimi sotto personaggi o scene che non vanno dritte al punto.

C’è anche qualche atmosfera gialla/inquietante come nel racconto “I Topi”, che nonostante sia piuttosto breve riesce ad iniettare nel lettore una certa ansia.

Questo è un elemento anche che mi fa capire quanto un autore di racconti sia bravo nello scrivere, perché in uno scritto di poche pagine riesce a costruire una tensione tangibile come se prima ci fossero altre 200 pagine che ti hanno portato a quel punto.

Insomma Buzzati scrive bene, non c’è niente da fare, lo stile è medio direi, non troppo semplice nè troppo articolato, godibile, veloce con qualche descrizione che aiuta ad immaginare lo scenario senza appesantire la lettura.

Lo stile è ottimo anche perché ti spinge a continuare la lettura, di racconto in racconto fino alla fine.

Alcuni racconti hanno un ingrediente magico, si parla di religione, truffa, umiltà, perdita, ipocrisia e molti altri temi.

Mi ha stupito la critica dell’autore che si ripete diverse volte nei confronti delle classi più abbienti, il signori del tempo che guardavano con disprezzo i poveri, Buzzati li critica aspramente in un modo a volte più marcato e a volte più sottile.

La critica sociale è sentita dall’autore e si ripresenta in diversi racconti.

E’ un testo che consiglierei a chi ama i racconti, la volatilità di questi, la critica sociale e la riflessione su temi degni di analisi senza mai sfociare in un qualcosa di troppo diretto.

Tuttavia a parte questi racconti citati prima non mi è rimasto molto di questo libro, alcune trovate mi sono piaciute, la simbologia è affascinante ma di 208 me ne ricordo una ventina.

Il resto è stato piacevole certo ma questo non toglie il fatto che non credo ripenserò un granché a questo libro nei prossimi mesi.

Voglio però leggere di sicuro altro di Buzzati, perché mi ha incantata con il suo stile e vorrei proseguire con “Il Deserto dei Tartari” che mi stava piacendo da impazzire.

Voto:

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Credo che tre stelline sia una valutazione più che giusta per me, è comunque un libro che consiglierei anche perché ci sono alcune perle degne di essere lette almeno una volta all’interno.

E voi? Avete mai letto “La Boutique del Mistero”? Vi piace Buzzati? Si? No?

Ancora ben tornati a tutti,

a presto!

Elisa