Norvegian Wood/Tokyo Blues – Haruki Murakami

Buon martedì gente!

Come va? Siamo già al 4, ebbene sì, oggi è il tempo di una recensione ovvero quella del libro del mese scorso per il gdl.

E’ un libro che avevo il libreria da anni, lo avevo recuperato tramite uno scambio su Accio ma non avevo intenzione di leggerlo nel prossimo futuro, quando ha vinto il sondaggio non sapevo cosa aspettarmi una volta iniziata la lettura.

Non sono una fan del romanzo di formazione in generale, o meglio ho passato periodi in cui lo leggevo con piacere e altri in cui lo evitavo, è un genere che sfocia nel malinconico/nostalgico e a volte se non si combina bene rischia di diventare una lettura pesante.

Comunque, io direi di andare a parlarne per bene assieme subito!

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Novegian Wood/Tokyo Blues – Haruki Murakami

Casa Editrice: Einaudi

Tipologia: Romanzo di Formazione

Pagine: 374

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): €14,00

Prezzo ebook: €6,99

Anno di Pubblicazione: 1987

Link all’Acquisto: QUI*

 

Trama

 

Uno dei più clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro più intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine. Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull’adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli “altri” per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un’istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui.

E mi chiedo dove siamo andati a finire noi due. Come è potuto succedere? Dove è andato a finire tutto quello che ci sembrava così prezioso, dov’è lei e dov’è la persona che ero allora, il mio mondo?

Recensione

Allora dopo averlo letto e averci pensato per bene è un libro che dal punto di vista dei personaggi esterni a quello principale non mi ha lasciato molto, ricordo a malapena i nomi dei personaggi e alcune scene sono sparite dalla mia mente ma sono scene non vitali al libro di per sè, questo succede con molti libri comunque quindi non è un “problema”.

Inizierei come faccio sempre con i punti positivi, sono un buon numero per quanto mi riguarda.

Parliamo dello stile di scrittura, io non sono una grande esperta in letteratura giapponese, l’avverto come lontana da me e ciò che ho letto scritto da autori giapponesi era diverso dallo stile di Murakami.

A riguardo ho letto l’introduzione dell’edizione che ho letto (quella di sopra) in cui si parla di questo, e ho trovato un riferimento anche all’interno del libro, in cui si parla di autori tipicamente appartenenti alla letteratura americana, si dice che Murakami è rivoluzionario sotto questo punto di vista dato che non adotta un classico stile giapponese ma fa l’occhiolino allo stile americano ed è molto vero.

Per un lettore abituato alla letteratura americana vede lo stacco ma non in modo così evidente, è uno stile digeribile, fruibile, non artefatto.

Con questo non intendo dire che sembra americano Murakami, ma di certo è un scrittore giapponese con uno stile più americano rispetto a quelli degli anni passati, ai classici scrittori giapponesi, e forse è per questo che ha avuto così tanto successo.

Il libro si legge bene, lo stile mi piace perché è pulito e non esagera mai o non ho trovato momentanei picchi di scrittura artefatta.

Le descrizioni sono bene fatte in alcuni momenti mi sono sentita tra le viuzze di Tokyo, alcuni paragoni nelle descrizioni colpiscono.

A volte però mi è sembrato che il testo insistesse su un punto ormai chiaro, su una scena già ben visualizzata o su un’emozione già trasmessa.

Per questo alcune volte durante la lettura non vedevo l’ora di passare quel punto, non lo definirei noioso ma alcuni punti duravano un po’ troppo per me.

Questo lo dico velocemente perché è un osservazione personale, a volte ho fatto fatica con i personaggi perché sono caratterizzati bene, sembrano veri, però a tratti li trovavo irritanti, questo è un appunto puramente personale.

Questo non vale per il protagonista con cui ho familiarizzato e ha rappresentato nel migliore dei modi il prototipo del protagonista dei romanzi di formazione.

Perché prima di tutto questo è un romanzo di formazione, in cui entrano in scena amicizie, amori, percorsi di studio che tornano alla mente nella vita di Watanabe, ho avvertito sempre un velo di tristezza che tranne per alcune scene mi è sembrato mettere in evidenza ancora di più la malinconia di un cresciuto Watanabe che guarda al passato.

E’ un romanzo costruito in questo modo anche per la tipologia alla quale appartiene, penso che lo scrittore abbia lavorato su questa sensazione con estrema cura dei particolari.

Il finale non mi ha convinta del tutto, l’ho trovato quasi incompleto, per un libro così ampio di formazione mi aspettavo un finale più esaustivo e meno nebuloso.

Il libro è costellato da scene degne di nota, descrizioni sopratutto di emozioni vere che difficilmente ho visto descritte in altri libri, questo è un enorme punto a favore per me, il modo in cui l’autore descrive alcune sensazioni (appartenenti sia al passato che al futuro) è già abbastanza per la lettura del libro secondo me.

Per quanto una situazione sia disperata, c’è sempre una possibilità di soluzione. Quando tutto attorno è buio non c’è altro da fare che aspettare tranquilli che gli occhi si abituino all’oscurità.

E invece, inutile negarlo, la memoria si sta allontanando, e ho già dimenticato troppe cose. Nello scrivere seguendo i ricordi come faccio adesso, a volte vengo preso da una terribile angoscia. All’improvviso mi assale il dubbio di stare perdendo la memoria delle cose più essenziali. Il dubbio che tutti i miei ricordi più preziosi, accumulati in qualche zona buia del mio corpo, in una specie di limbo della memoria, si stiano trasformando in una massa fangosa.

Insomma alla fine più che le relazioni di Watanabe ho apprezzato di più le descrizioni delle emozioni di questo, in alcune scene di apparente abbandono (mi riferisco alla prima parte del libro sopratutto) ho sentito la sofferenza del momento come se fossi io la protagonista e quella tristezza fosse mia, questo succede diverse volte ed è una valida dimostrazione dell’ottimo stile.

Se avete intenzione di leggere questo libro tenete conto del fatto che è pervaso dalla malinconia in modo anche doloroso.

Voto:

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Mi sento di dare tre stelle perché a parte lo stile, le emozioni vive e tangibili e il perfetto riconoscimento a romanzo di formazione di questo comunque alcuni aspetti non mi hanno entusiasmata come i personaggi (tranne Watanabe), la semi-noia di alcune pagine e il ritmo a volte inutilmente lento.

Come mia prima esperienza con Murakami sono soddisfatta poteva essere un amore più forte ed intenso ma è stata una buona esperienza la lettura di questo libro.

 

E voi? Avete letto “Isola? No? Sì? Vi è piaciuto? Ditemi!

A prestissimo,

Elisa

 

*Sono affiliata Amazon, questo significa che cliccando sui/sul link all’acquisto dei libri che vengono citati, avrete accesso alle schede del titolo che vi interessa. Da questo click io non ricevo nulla. Solo con l’acquisto/ ordine del libro io ricevo una piccolissima percentuale, che sfrutto appositamente per acquistare libri da, recensire e di cui pararvi qui sul blog. Si tratta di un modo utile per aiutarmi a supportare il blog, ovviamente conciliando magari l’acquisto di un titolo che desiderate con la piccola percentuale che riceverei da questo. Siete, ovviamente liberissimi di farlo o non farlo.

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#sonoindipendente – Verso Un Forse – Stefano di Ubaldo

Buongiorno gente!

Oggi finalmente sono qui con una nuova recensione, che come avrete letto nel titolo appartiene alla sezione #sonoindipendente, perché il libro di cui parleremo oggi è edito da una casa editrice indipendente e scritto da un autore emergente.

Sono felice di portare un nuovo appuntamento di questa rubrica in cui parliamo di testi editi da case editrici rigorosamente indipendenti.

Prima di iniziare con la vera e propria recensione però ci tengo a ringraziare l’autore che mi ha contattata personalmente (ed è stato davvero gentile e disponibile) per chiedermi se mi avrebbe fatto piacere leggere il suo libro, per poi inviarmelo.

Quindi grazie ancora!

Detto ciò, iniziamo subito!

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Verso un Forse – Stefano di Ubaldo

Casa Editrice: Antipodes

Tipologia: Raccolta di Poesie

Pagine: 77

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): € 7,00

Anno di Pubblicazione: 2018

Link all’Acquisto: QUI

Trama

“Verso un forse” raccoglie componimenti che cercano uno spazio tra posti già occupati e libertà incerte, secondo un percorso di riflessioni in tre parti. Ciascuna sezione è introdotta da un elenco di “posti riservati” e sviluppa un tema di ricerca: la fragile solitudine, la fatica del cambiamento, il riscatto della consapevolezza. Con giochi di parole, persone e personaggi e alcuni riferimenti, più o meno espliciti, a opere cinematografiche e letterarie, la strada intrapresa da queste poesie si articola attraverso un intreccio di incontri, motore e senso della complessa e unica molteplicità che realizziamo e portiamo dentro. Un piccolo (o grande) viaggio tra possibili categorie per sentirsi al proprio posto e altrettanti gradi di libertà per sfumare l’impellenza di una collocazione.

Non trova risposta chi parla a se stesso
e ottuse domande acuiscon l’eccesso;
rinnova il rancore per tanto silenzio
e porta tristezza spalanca l’assenzio.

Senza più l’Altro rimane lo specchio,
con meno ritorni si viaggia parecchio;
non sono i pensieri che oscurano il volto,
ma il loro vagare perenne e irrisolto. […]

Recensione

Vorrei spendere due paroline per parlarvi della casa editrice in questione la Antipodes, che è una CE palermitana, completamente indipendente, che propone diversi testi, dalla poesia (come il libro in questione), alla narrativa, alla saggistica, ai testi dedicati al teatro, organizza anche concorsi di scrittura.

Ora parliamo del libro in questione, “Verso un Forse” è una raccolta di poesie che raccoglie componimenti che parlano di molteplici temi.

Leggendo fin dall’inizio questo titolo mi sono resa conto che ogni poesia aveva bisogno di un suo spazio, di un suo minuto (o più) per essere interpretata, compresa e digerita per bene.

Come vi dicevo le poesie spaziano fra diversi argomenti, riferimenti, immagini e personaggi.

All’inizio del libro c’è un breve componimento che avverte circa il fatto che “chiunque non capisca una poesia, capisce di più di chi la scrive quanto sia fragile da leggere quello che fragile non è”,  e non potrei essere più d’accordo perché alcune poesie dopo averle lette mi hanno dato l’impressione di avere un messaggio sussurrato e delicato come una bolla di sapone, che dopo averlo compreso arriva chiaro e diretto.

Mi è piaciuto il fatto che il ritmo delle poesie cambi di tanto in tanto, alcune sembrano quasi musicali nel senso che risuonano dall’inizio alla fine coinvolgendo il lettore in un ritmo regolare e ben calibrato.

Come ho già scritto in passato, parlando di poesia, credo che questa (oltre che alla forma di per sé ovviamente) si differenzi così tanto dalla letteratura e dalla narrativa, parlando del messaggio che si estrapola successivamente alla lettura, perché questo è più personale ed è diverso per ognuno di noi.

L’interpretazione del messaggio che vuole trasmettere una poesia può essere soggettivo, non lo è lo stile, il ritmo, il livello grammatico del componimento, ma lo sono le sensazioni e il primo messaggio che ci arriva dopo la lettura, questo aspetto appunto secondo me è soggettivo.

Per questo preferisco concentrarmi sul lato oggettivo.

I temi trattati sono diversificati, l’autore passa dalla violenza e dalla “natura” di questa, al cambiamento, al guardare il mondo e interpretarne (o provare a farlo) le sfumature, ho notato anche se diverse volte si affronta l’argomento delle generazioni e dell’apparente distanza fra queste, del trovare il proprio posto e molti altri temi che vengono proposti in modo a volte più diretto e a volte più sottile e labile.

Un’altro aspetto che ho apprezzato è l’identità di questa raccolta, ha una personalità precisa, mi è capitato a volte leggendo una raccolta di poesie di un unico autore di avere l’impressione di leggere più autori come se fosse scritta a più mani, come se ci fossero tre o quattro autori, qui invece la voce dell’autore è sempre una che si dipana e di adatta a ritmi e temi diversi ma rimanendo personale e riconoscibile.

Ci sono riferimenti a opere moderne anche, film, autori che danno quel leggero tono pop dei tempi moderni ma è un tono leggero che è solo un riferimento.

Arriverà un giorno della Storia
che distinguerà due generazioni.
E allora sarà un mattino
e una lunga notte
per far passare la sbornia,
prima di coricarsi
fianco a fianco
a consimili distanti
generazioni,
a raccontarsi
i fatti del giorno
che gli ultimi
non hanno vissuto.
Si restringerà
lo spettro del condivisibile
e vedremo più chiaro
in fondo agli attimi
dove l’illusione rende eterni.
Saremo unici,
ma non più cronici.
Nessuna velleità di ricordo
a spasso nel tempo.

Ci sono inoltre tre parti all’interno del libro appunto che appartengono alla stessa “saga”, quella dei “posti riservati”:

[…]Posto riservato
a “persona d’altri tempi”:
per chi elogia il passato,
disdegna il presente e condanna il futuro.
Posto riservato
a “persona spilorcia”:
ogni posto è a pagamento,
eccetto questo.
Posto riservato
a “persona interessante”:
il posto di fronte è riservato
a “persona che detesta annoiarsi”.[…]

L’ho trovata un’idea molto originale ed interessante, ben studiata.

Durante la lettura quando mi imbattevo in queste parti me le godevo a pieno perché sono davvero piacevoli e singolari.

E’ un ottima raccolta secondo me, gli argomenti si intrecciano dando spazio ad ognuno in egual misura senza esagerare, lo stile è sempre preciso, pulito e mai sporco o poco comprensibile, il ritmo di adatta al tema e al piglio della poesia.

Non si sfora mai nel parlare del troppo di un tema o nel virare verso un’idea precisa, l’autore affronta il tema con giusto distacco e coinvolgimento, c’è una misura calibrata che regala ai componimenti un tono che li accomuna anche se tutti sembrano allo stesso tempo diversi e originali.

Voto:

Progetto senza titolo (63)

Sono molto indecisa sul mio “voto” finale, perché questa raccolta mi ha coinvolta molto, quindi darei anche mezza stellina in più ma quattro stelle credo siano perfette, da quelle in poi di certo.

Non ho veri e propri appunti da fare a questo libro, mi accorgo che un libro mi è piaciuto anche per questo.

Tra l’altro per quanto riguarda la poesia un altro segno di grande apprezzamento per me è tornare nei giorni seguenti alla lettura a rileggere alcuni componimenti, con questo libro mi è successo quindi non ho proprio appunti.

Bene, ragazzi!

E voi? Conoscete questa casa editrice? Vi appassiona la poesia? Fatemi sapere!

A prestissimo!

Elisa

 

 

Isola – Siri Ranva Hjelm Jacobsen

Buon lunedì!

Pensavate fossi sparita per sempre portando con me la recensione di “Isola” vero? E invece eccomi qui!

Come state? Come procede questo agosto? Ma sopratutto, siete sopravvissuti/e fino ad ora al caldo?

Comunque, oggi parliamo di quello che è stato il libro di luglio per il gruppo di lettura LiberTiAmo, che vi ricordo per il mese di agosto è in pausa estiva ma torneremo a metà agosto per il sondaggio di settembre (solo a pensare a settembre mi sento venir meno), quindi mi raccomando preparatevi a votare.

Ma!

Non perdiamoci in chiacchiere e andiamo a parlare di “Isola”.

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Isola – Siri Ranva Hjelm Jacobsen

Editore: Iperborea

Pagine: 215

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): € 17,00

Prezzo ebook: € 9,99

Anno della Prima Pubblicazione: 2018

Link all’Acquisto: QUI *

 

Trama

Una giovane ragazza danese ha nostalgia di un’isola verde e impervia battuta dai venti del Nord, un’isola delle Faroe dove non ha mai vissuto ma che ha sempre sentito chiamare «casa», perché da lì emigrò la sua famiglia negli anni Trenta. Comincia così, dall’urgenza di riappropriarsi delle sue origini e di una cultura che ha ereditato ma non le appartiene, il suo viaggio di ritorno a Suduroy, da cui nonno Fritz, pescatore dell’Artico, partì alla ricerca di un destino migliore, e nonna Marita, sognatrice irrequieta, fuggì verso il mondo e la modernità. Un viaggio nella storia di una famiglia e di questo piccolo arcipelago sperduto nell’Atlantico, che è stato coinvolto nel secondo conflitto mondiale e nella guerra fredda e che ha lottato fieramente per una sua autonomia dalla Danimarca. Un viaggio nella memoria e nel mito che perdura in queste terre sospese nel tempo, tra le asprezze di una natura primigenia, dove ogni racconto di vita si colora di leggenda, dall’amore segreto tra Marita e Ragnar il Rosso, falegname filosofo e ribelle che chiama i gabbiani «i proletari del mare», alla roccia incantata nel giardino di zia Beate, che attira sciagure su chi prova a rimuoverla. Romanzo d’ispirazione autobiografica, “Isola” è un canto d’amore alle Faroe e un racconto sulle ripercussioni intime dell’emigrazione, sul ruolo degli affetti e dei legami di sangue nell’identità di una persona, sul bisogno di radici o almeno di un’Itaca dell’anima, un posto che si possa chiamare casa.

Abbi mi insegnò la sua nostalgia come un versetto biblico, su cui battevamo e ribattevamo (…) Le isole di cui aveva nostalgia non avevano una posizione geografica. Io lo sapevo, e di sicuro lo sapeva anche omma. Che quella di abbi era una patria fluttuante. 

Recensione

Allora, inizio subito con il dire che ero entusiasta per questo libro, infatti dopo aver visto che aveva vinto il sondaggio non vedevo letteralmente l’ora di buttarmi nella lettura.

Il libro ha 215 ma si legge davvero alla veloce, un po’ per l’impaginazione (non so voi ma secondo me i formati dell’Iperborea rendono tutto più bello) e un po’ per il fatto che non è per nulla uno stile di scrittura pesante, anzi lo è ma in un modo particolare e tra poco vi spiego cosa intendo con questa affermazione.

Ovviamente c’è da tenere conto del fatto che questo libro appartiene alla narrativa nordica quindi ha uno stile particolare, che di certo non può essere apprezzato da tutti secondo me.

Ma torniamo un attimo a ciò che vi dicevo, ovvero il mio entusiasmo per questo libro, questo entusiasmo si è prolungato fino ad un certo punto della lettura perché il libro più o meno fino a pagina 50 è piacevole, non si capisce molto di quello che sta succedendo ma è una lettura leggera, godibile.

Ci si ritrova subito faccia a faccia con questo “stile particolare”, io non ho letto molto appartenente alla narrativa nordica, la prima autrice rappresentante di questa narrativa che mi viene in mente è Tove Jansson ma lei rispetto alla Jacobsen ha uno stile che ti permette di capire molto di più.

Io penso, sempre parlando di stile che è il punto più controverso di quest autrice e di questo libro che uno stile particolare è sempre interessante da scoprire ma questo da un certo punto in poi diventa pesante.

Non dico che sia un libro impossibile da apprezzare, anzi sono sicura che qualcuno lo apprezzerà o lo ha già fatto ma a me è sembrato di leggere una lista di metafore, paragoni e ricordi aggrovigliati che confondono sempre di più il lettore.

Confusione, questo è il termine con cui definirei questo libro.

All’inizio questa quantità innumerevole di metafore la trovavo quasi piacevole ma più mi inoltravo nel libro e più mi rendevo conto che di quello che leggevo non mi rimaneva nulla, perché la maggior parte sono metafore vuote messe lì tanto per buttare questo simil guizzo di poesia.

Ci sono anche diverse tradizioni o tratti distintivi, leggende o curiosità della popolazione delle isole Faroe che io ho trovato buttate lì e mai spiegate, vengono date per certo come se il lettore fosse un’esperto di queste isole e delle loro tradizioni.

Al che penserete “vabbè Elisa se non sai certe cose le vai a ricercare su Google”, quello che ho pensato anche io, dato che poi non è che ci sia tanta scelta.

Questo ovviamente può essere un punto negativo o positivo a seconda della persona, perché scoprire nuove tradizioni di altri paesi (o isole in questo caso, ah che battuta) è sempre interessante.

Ecco, se vogliamo trovare un punto positivo a questo libro è che ciò che si scopre, e i panorami che a volte vengono descritti (mi raccomando non senza l’ausilio di miliardi di metafore) sono davvero piacevoli.

Piccola nota sulle metafore, a me piacciono molto, anzi vorrei trovarne di più nei libri ma ci sono due tipi di metafore, quelle che vogliono davvero dire qualcosa e quelle buttate lì che non vogliono significare nulla, ma scritte solo per dare l’impressione di avere un mood poetico.

Insomma, se dovessi dirvi cosa mi ricordo di questo libro dopo averlo terminato la mia risposta sarebbe “quasi nulla a parte qualche scena interessante”.

I personaggi non mi hanno emozionata, a parte due o tre che erano personaggi di contorno tra l’altro, degli altri non ricordo nulla di particolare.

E’ uno di quei libri che spariscono dopo poco nel cervello.

Il significato, di riscoperta della propria patria è sempre un qualcosa che mi prende nella lettura ma in questo caso non l’ho quasi sentito questo messaggio, è passato tutto in secondo piano, a parte in alcuni momenti in cui sembrava che il libro virasse verso la giusta direzione per poi riprendere con quel groviglio di ricordi.

Voto:

Progetto senza titolo (76)

Mi ha deluso questo libro sopratutto per il fatto che penso si potesse fare di più con un’idea di base originale come quella su cui si basa il libro, la scrittura è esagerata, sovraccarica, infatti dopo poco stanca il lettore se non fosse per l’ambientazione.

E voi? Avete letto “Isola? No? Sì? Vi è piaciuto? Ditemi!

 

A prestissimo,

Elisa

*Sono affiliata Amazon, questo significa che cliccando sui/sul link all’acquisto dei libri che vengono citati, avrete accesso alle schede del titolo che vi interessa. Da questo click io non ricevo nulla. Solo con l’acquisto/ ordine del libro io ricevo una piccolissima percentuale, che sfrutto appositamente per acquistare libri da, recensire e di cui pararvi qui sul blog. Si tratta di un modo utile per aiutarmi a supportare il blog, ovviamente conciliando magari l’acquisto di un titolo che desiderate con la piccola percentuale che riceverei da questo. Siete, ovviamente liberissimi di farlo o non farlo.

 

Cecità – Josè Saramago

Buon mercoledì cari/e!

Oggi recensione, in particolare del libro che abbiamo letto nel mese passato sul gruppo di lettura.

Inizio con il dire che ero intimorita da questo libro e da questo autore, per anni ho sentito e letto recensioni riguardanti le opere di Saramago e il timore che provavo nei confronti di questo autore è cresciuto sempre di più, non so dirvi per quale motivo, semplicemente ho visto talmente tanti pareri positivi che avevo paura di rimanere delusa una volta letto un libro scritto da lui.

Infatti, quando “Cecità” ha vinto come libro del mese io lo possedevo già in libreria, intonso dal giorno dell’acquisto.

Quindi, tutto ciò per dire che sono felice di aver finalmente letto qualcosa di suo, anzi una delle sue opere più famose.

Vi parlerò tra qualche riga del perchè sono felice di ciò quindi, non perdiamo altro tempo e iniziamo con la recensione!

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Cecità – Josè Saramago

Editore: Feltrinelli

Pagine: 288

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): € 9,50

Prezzo ebook: € 6,99

Anno della Prima Pubblicazione: 1995

Link all’Acquisto: QUI *

Trama

In un tempo e un luogo non precisati, all’improvviso l’intera popolazione diventa cieca per un’inspiegabile epidemia. Chi è colpito da questo male si trova come avvolto in una nube lattiginosa e non ci vede più. Le reazioni psicologiche degli anonimi protagonisti sono devastanti, con un’esplosione di terrore e violenza, e gli effetti di questa misteriosa patologia sulla convivenza sociale risulteranno drammatici. I primi colpiti dal male vengono infatti rinchiusi in un ex manicomio per la paura del contagio e l’insensibilità altrui, e qui si manifesta tutto l’orrore di cui l’uomo sa essere capace. Nel suo racconto fantastico, Saramago disegna la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di vedere e distinguere le cose su una base di razionalità, artefice di abbrutimento, violenza, degradazione. Ne deriva un romanzo di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, sul potere e la sopraffazione, sulla guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con un catartico spiraglio di luce e salvezza.

La coscienza morale, che tanti dissennati hanno offeso e molti più rinnegato, esiste ed è esistita sempre, non è una invenzione dei filosofi del Quaternario, quando l’anima non era ancora che un progetto confuso. Con l’andar del tempo, più le attività di convivenza e gli scambi genetici, abbiamo finito col ficcare la coscienza nel colore del sangue e nel sale delle lacrime e, come se non bastasse, degli occhi abbiamo fatto una sorta di specchi rivolti all’interno, con il risultato che, spesso, ci mostrano senza riserva ciò che stavamo cercando di negare con la bocca.

Recensione

Come scrivevo prima, il mio timore nei confronti di questo libro andava a pari passo con l’enorme successo che questo ha ricevuto dalla data di pubblicazione.

L’autore, vincitore anche del Premio Nobel per la Letteratura nel 98′ è venuto a mancare nel 2010 dopo aver pubblicato testi come “Il Vangelo Secondo Gesù Cristo”, “La Caverna” e “Viaggio in Portogallo”, assieme a molte altre opere.

Iniziamo parlando del come è scritto questo libro, la sintassi è particolare, ho letto molte opinioni a riguardo e un buon tot di persone hanno apprezzato questa scrittura mentre altre per nulla.

Personalmente all’inizio mi sono leggermente stupita ma dopo poco non ci ho più fatto particolare caso anzi penso sia uno dei tratti distintivi del romanzo e non potrei immaginarlo scritto in altro modo.

Faccio riferimento sopratutto ai dialoghi che forse all’inizio possono ingannare il lettore.

Un altro tratto distintivo del romanzo che era un’aspetto che agli inizi della lettura mi preoccupava, è il fatto che i personaggi non hanno nomi, si distinguono per alcune caratteristiche fisiche precise, per esempio “il medico, l’uomo con la benda, la ragazza, il ladro e nonostante il fatto che non abbiano un nome Saramago riesce comunque a caratterizzare alla perfezione i propri personaggi.

E’ un talento incredibile che mi ha sorpresa perché mi aspettavo una confusione totale nel passaggio tra un personaggio e l’altro mentre invece ogni personaggio si riconosce immediatamente e quasi non appena si legge la caratteristica con cui l’autore lo ha nominato/a il suo viso (non descritto) si delinea nella mente, senza indizi.

Questo distacco, questa precisa scelta che fa l’autore per come l’ho personalmente interpretata è un modo per tramettere al lettore un messaggio importante ovvero che quella ragazza, quel ladro o quel medico potremmo essere noi.

Un’altro punto forte della scrittura è anche il fatto che non è complicata o artefatta anzi io l’ho trovata alla portata di tutti con qualche istante forse di critica sottile più marcata o metafora più lunga ma non è per nulla uno stile difficile da leggere.

E’ romanzo sopratutto critico e direi negativo nei confronti del genere umano, leggendo questo libro non si può che pensare ad un certo punto “quindi siamo persi per sempre?”, non importa il fatto di avere una mentalità positiva o negativa, io penso di fare l’occhiolino alla prima categoria ma prima di tutto sono realista quindi la visione che dona questo titolo sul mondo e sull’umanità è reale purtroppo, ovviamente ci ritroviamo in una situazione distopica in questo caso ma tolto questo fattore l’umanità descritta direi che somiglia a quella vera.

E’ un libro violento per il messaggio che trasmette, crudo e con alcune scene piuttosto forti.

Non è di certo un libro facile da affrontare nonostante come dicevamo, la scrittura scorrevole, il messaggio che aleggia per tutte le 288 pagine è duro da digerire e come uno schiaffo in pieno volto ti rimanda a quella che è la più dura delle realtà.

Da un punto in poi in particolare l’angoscia fa da padrona nella lettura, leggere ciò che accade pagina dopo pagina ad un’umanità satura di menefreghismo, di egoismo, è un’esperienza triste da affrontare.

Saramago è un’autore che nel corso della propria vita è stato criticato in modo feroce per le sue posizioni e idee piuttosto marcate riguardo la religione, la politica e altri ambiti, in questo libro a volte ho avvertito un po’ di cinismo ma credo che sia un sano cinismo in questo caso.

A volte apprezzo il cinismo quando non è troppo esagerato o insistente, qui non credo lo sia anche perché  il romanzo stesso si basa sulla cecità delle persone e sulla perdizione della ragione e di ciò e di chi siamo nei confronti degli altri, dei sentimenti più negativi e primitivi dell’uomo, quindi accetto questo cinismo con tranquillità.

Penso sia uno di quei libri che una volta letto e compreso il messaggio non avrai mai più voglia di rileggere.

Perché si dovrebbe leggere “Cecità”, per aprire forse di più gli occhi e per aumentare il proprio livello di cinismo.

Di certo non è un libro adatto a tutti, a me è piaciuto, non so se leggerò altro di Saramago almeno per il momento, mi sento come quando si mangia troppa torta o troppa anguria (per essere in tema con l’estate) e per settimane o giorni non si ha più voglia di torta o anguria.

Probabilmente solo in un mondo di ciechi le cose saranno ciò che veramente sono.

Voto:

Progetto senza titolo (63)

Quattro stelle mi sembra un voto assolutamente giusto per l’esperienza che ho avuto con questo libro.

E voi? Avete mai letto qualcosa di Saramago? Sì? Vi è piaciuto? No? Vorreste farlo? Fatemi sapere!

A prestissimo,

Elisa

 

La Passione di Artemisia – Susan Vreeland

Buon venerdì gente! E buon quasi inizio weekend!

Indovinate di cosa parliamo oggi? Esatto, come avete fatto ad indovinare? Forse dal titolo gigante…

Oggi parliamo di quello che è stato il libro del mese di aprile per il gruppo di lettura LiberTiAmo, ovvero La Passione di Artemisia di Susan Vreeland.

Per problemi tecnici vari ho iniziato tardi la lettura ma nessun problema, sono stata felice di leggere questo libro, desideravo farlo da mesi e finalmente posso spuntare un’obiettivo dalla mia lista.

Comunque direi di non perderci in chiacchiere e iniziare subito a parlare di questo titolo!

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La Passione di Artemisia – Susan Vreeland

Editore: BEAT

Pagine: 326

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): € 9,00

Prezzo ebook: € 6,99

Anno della Prima Pubblicazione: 2001

Link all’Acquisto: QUI *

Trama

“La passione di Artemisia” narra dell’incessante lotta della prima grande pittrice celebrata e riconosciuta nella storia dell’arte: Artemisia Gentileschi, la donna che, in un mondo ostile alle donne, riuscì a imporre la sua arte e a difendere strenuamente la sua visione dell’amore e dell’esistenza. Violentata dal suo maestro, Artemisia subì, nel corso della sua vita, non soltanto l’onta di un processo pubblico nella Roma papalina, e l’umiliazione di un matrimonio riparatore con Pietro Stiattesi, artista mediocre, ma anche un duro, terribile confronto con il suo avversario più temibile: il grande pittore Orazio Gentileschi, suo padre.

 Ma persino un amore non corrisposto, un amore infelice, è meglio del non amare. Sono grata di aver provato questo sentimento. 
Recensione
Dunque inizio subito con il dire che questo libro mi è piaciuto ma con qualche riserva che ci tengo a dirlo, è soggettiva, a parte una.
Più che difetti veri e propri sono punti che non ho apprezzato pienamente o che immaginavo l’autrice avrebbe reso in modo diverso all’interno del libro.
Voglio concentrarmi prima su questi punti “oscuri”.
Il primo è il carattere di Artemisia descritto dalla Vreeland, è di certo un carattere molto forte che coincide con l’idea che penso abbiamo di Artemisia in generale, ovviamente possiamo intuire la forza del suo carattere dalle sue azioni, dalle tracce storiche che sono arrivate fino a noi e a ciò che è riuscita ad ottenere in un’epoca come quella in cui ha vissuto.
L’Artemisia dell’autrice è forte ma l’ho trovata fredda in alcuni punti, tutti possiamo immaginarci il carattere di Artemisia in modo diverso, io l’ho sempre immaginato più caldo, spinto da una vena rivoluzionaria, una donna tenace, che non arretra mai di un passo, ferma nelle sue convinzioni e con una passione tale da incendiare i luoghi comuni dell’epoca.
Questa è una mia impressione, in alcuni punti non trovata simile alla Artemisia che mi ero immaginata.
Un altro punto che ho trovato “negativo” è il fatto che alcune vicende (che nella realtà storica dei fatti sono state molto importanti per l’artista) vengono liquidate abbastanza velocemente, come il soggiorno della donna a Napoli, mi sarebbe piaciuto più approfondimento.
Ci tengo a dire che se già conoscete la vita di Artemisia in modo dettagliato per studi o ricerche precedenti alla lettura di questo libro, non avrete ovviamente grandi rivelazioni, i fatti storici sono per forza sempre quelli quindi nei possibili buchi di trama dati dalla mancanza di informazioni storiche approfondite, la Vreeland ha dovuto inserire fatti non reali.
Infine parlando dei punti che meno ho apprezzato, lo stile di scrittura.
E’ godibile lo stile della Vreeland, molto semplice mai nulla di troppo altezzoso ma per un libro che è basato oltre che su Artemisia, anche sull’arte, anzi direi che la vera protagonista è l’arte, avrei apprezzato a tratti parlando di arte magari qualche schizzo di scrittura più elaborata.
Questo è soggettivo però, ci tengo a sottolinearlo.
Insomma lo stile è semplice, a tratti forse troppo per i miei gusti.
Bene, ora che abbiamo parlato dei punti per me “negativi” iniziamo a parlare del libro in generale e di come questo è strutturato.
Il testo inizia in un momento molto importante della vita di Artemisia, ovvero il processo in cui si trova coinvolta spinta dal padre dopo svariati stupri da parte di Agostino Tassi, un collaboratore di Orazio, il padre.
La scelta di iniziare il libro con questa scena è ottima dato che questa vicenda segnò Artemisia per tutti gli anni a venire e spezzò il legame che c’era fra questa e il padre, nelle opere successive c’è ancora traccia delle emozioni che la pittrice provò in quel momento della sua vita.
Questa vicenda rimase in Artemisia come nelle sue opere così nel suo cuore, segnato da tale umiliazione e dall’essere stata “venduta” dal padre solo per il recupero di un quadro.
Ricordo di aver visto mesi fa un documentario sulla vita di Artemisia e arrivati al momento del processo in questo documentario era riprodotta alla perfezione una scena davvero forte, in seguito alle accuse della giovane infatti il tribunale decise di voler mettere alla prova le sue dichiarazioni sottoponendo la giovane ad una approfondita analisi con l’aiuto di due levatrici.
Davanti a tutti quindi fu fatto allestire una specie di baldacchino chiuso da tende piuttosto sottili, che permettevano la visione, e Artemisia sottoporsi a ciò.
Senza parlare della tortura che le fu fatta per mettere alla prova le sue testimonianze, prova/tortura da cui uscì devastata con le mani ridotte a carne sanguinante, quindi impossibilitata alla pittura.
Insomma, la scelta di iniziare con questo momento della vita dell’artista è ottima, i capitoli sono piuttosto brevi, all’inizio di ognuno in alto è scritto il titolo che sta a indicare la persona o l’avvenimento di cui si parlerà.
Questo libro ha un punto forte incredibile, che è l’arte.
Artemisia è arte, quando si pensa a lei ci si immagina la pittura, i pigmenti schiacciati, i pennelli rovinati, il dolore ai muscoli per la necessità di stare fermi in una determinata posizione in fase di pittura.
In ogni pagina c’è arte, ci sono innumerevoli riferimenti agli artisti del tempo, aneddoti e leggende vari che giravano all’epoca, descrizioni di opere, dettagli artistici che ci portano in uno spazio in cui l’arte è ovunque.
Sia che amiate o meno l’arte questo libro è una perla per questo elemento che arricchisce i luoghi descritti e le situazioni narrate.
Ripercorre non interamente la vita di Artemisia ma si ferma ad un momento in particolare, anche esso molto importante.
 Roma ammira i personaggi forti ma gioisce della loro caduta. 
Insomma, tirando le somme, ho apprezzato questa lettura, il ricordo che mi ha lasciato è proprio l’arte, stare in mezzo ai pigmenti che con pazienza venivano macinati e mischiati da Artemisia, le battute sulle opere più famose di tutti i tempi, è un ricordo così vivido che mi sembra di essere passata per quelle vie proprio in quei tempi.
 Ma la bellezza non è tutto. E’ meglio essere assetati di bellezza e comprenderla, che essere belli e basta. Alla fine la vita risulta piú ricca. 
Voto:
Progetto senza titolo (1)
E’ un libro che ricorderò con molto piacere, anche se non mi sento di dare cinque stelle piene a causa delle motivazioni iniziali, rimane pur sempre una lettura che consiglio.

E voi ragazzi/e? Avete letto questo libro? Sì? No? Fatemi sapere!

A prestissimo!

Elisa

*Sono affiliata Amazon, questo significa che cliccando sui/sul link all’acquisto dei libri che vengono citati, avrete accesso alle schede del titolo che vi interessa. Da questo click io non ricevo nulla. Solo con l’acquisto/ ordine del libro io ricevo una piccolissima percentuale, che sfrutto appositamente per acquistare libri da, recensire e di cui pararvi qui sul blog. Si tratta di un modo utile per aiutarmi a supportare il blog, ovviamente conciliando magari l’acquisto di un titolo che desiderate con la piccola percentuale che riceverei da questo. Siete, ovviamente liberissimi di farlo o non farlo.

 

La Campana di Vetro – Sylvia Plath

Buon… mercoledì giusto, oggi è mercoledì!

Già sono distratta di mio con gli orari e i giorni figurarci quando si sente ancora la Pasqua e la Pasquetta nell’aria e anche nei fianchi dopo i pranzi più che sostanziosi.

Voi come avete trascorso questi due giorni di festa? Vi siete divertiti? Vi siate già rattristati perché è tutto finito?

Comunque oggi parliamo di quello che è stato il libro del gdl LiberTiAmo per il mese di marzo, ovvero “La Campana di Vetro” di Sylvia Plath.

Abbiamo molto di cui parlare quindi iniziamo immediatamente!

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La Campana di Vetro – Sylvia Plath

Editore: Mondadori

Pagine: 244

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): € 12,00

Prezzo ebook: € 6,99

Anno della Prima Pubblicazione: 1963

Link all’Acquisto: QUI *

Trama

Brillante studentessa di provincia vincitrice del soggiorno offerto da una rivista di moda, a New York Esther si sente «come un cavallo da corsa in un mondo senza piste». Intorno a lei, l’America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta: una vera e propria campana di vetro che nel proteggerla le toglie a poco a poco l’aria. L’alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell’elettroshock. Fortemente autobiografico, La campana di vetro narra con agghiacciante semplicità le insipienze, le crudeltà incoscienti, gli assurdi tabù che spezzano un’adolescenza presa nell’ingranaggio stritolante della normalità che ignora la poesia.

“Era come se la cosa che volevo uccidere non fosse in quella pelle e nella sottile vena azzurra che sentivo pulsare forte sotto il mio dito, ma altrove, in un luogo più profondo, più segreto, e molto più difficile da raggiungere.”

Recensione

Inizio prima di tutto con il dire che questo è un libro difficile da digerire e di cui è delicato parlare e forse altrettanto difficile.

Come scritto anche nell’annuncio ad inizio marzo per questo titolo, avevo tentato un’approccio con questo diversi anni fa ma senza successo dato che dopo alcuni capitoli avevo deciso di rimandare la lettura ad un momento migliore.

Finalmente l’ho letto e sono felice di averlo fatto in questo momento perchè probabilmente qualche anno fa non lo avrei apprezzato nella sua interezza.

Prima di iniziare con la recensione del romanzo vera e propria voglio spendere due parole nei confronti della visione che si ha in generale di questo romanzo.

Di solito si tende ad essere intimoriti dalla Plath per i temi che tratta, per la sua vita e per la spietatezza con cui certe volte attraverso i suoi occhi la realtà di quegli anni arriva al lettore.

Diciamocelo con sincerità, quando si pensa alla Plath si pensa a fatti drammatici, c’è questa idea sbagliata nell’aria per cui se qualcosa è scritto dalla Plath è certamente drammatico all’ennesima potenza ma dopo aver letto questo romanzo posso dirvi che non è così.

Certo, “La Campana di Vetro” è difficile da sopportare e in alcuni passaggi ho sentito un’accenno di stretta allo stomaco per la modesta atrocità con cui alcuni fatti sono descritti, scrivo “modesta” perché di primo acchito questi fatti non mi hanno turbata ma di fatto dopo aver terminato di leggere il paragrafo, fermandomi a pensare rimanevo come spiazzata e triste di fronte ad alcune situazioni descritte nel libro.

La vicenda è una discesa nell’oblio e nell’ombra per Esther/Syvlia che qui narra prendendo di Esther fatti autobiografici, dall’acerbo inizio in cui sembra che tutto sia già programmato e sicuro quindi incontriamo una giovane donna indirizzata verso un’obiettivo a cui si aggrappa, per poi scivolare piano piano in un futuro incerto e avvertirà il terreno venirle a mancare sotto i piedi fino a trascinarla in mesi e anni di cure mediche a causa della depressione che “come una campana di vetro”: mi premeva intorno come bambagia e io non avevo la forza di muovermi.

Dato che le vicende di Esther sono anche quelle di Sylvia, forse con qualche riserva ma rara, viene spontaneo cercare di ricostruire un’immagine di Sylvia Plath che probabilmente dopo tentativi e tentativi di suicidio (come quelli di Esther) nel febbraio del 1963 si fa schiacciare dalla campana di vetro e si suicida.

Nonostante i temi delicati e strazianti a tratti di questo libro, lo stile della Plath non è mai troppo drammatico o eccessivamente insistente su temi e situazioni drammatiche, direi più che per tutto il romanzo aleggia un velo di malinconia che non viene mai portata all’esagerazione da una scrittura volutamente drammatica anzi, la Plath ha una stile regolare, piacevole, che si ferma ad analizzare temi profondi senza bisogno di paragrafi su paragrafi di parole.

Ci sono diversi simboli affascinanti in questo titolo, come l’utilizzo della specchio in cui Esther/Sylvia non si riconosce, nella perdizione della propria identità, il desiderio della giovane di uccidere se stessa tramite un flacone di pasticche per morire e rinascere diversamente.

Uno dei temi su cui si fondano i dubbi di Esther e il suo voler rinnegare questo genere di società sono i classici doveri imposti appunto dalla società americana e non solo degli anni 50/60 in cui una donna (se era una brava donna) avrebbe dovuto sposarsi con un buon partito, avere figli amati da accudire e crescere con impegno e costanza e non avere particolari aspirazioni come quella della carriera.

Esther/Sylvia si sente schiacciata da questa mentalità che soffoca e riduce la figura femminile a ruoli predestinati quasi obbligatori, l’altro lato della medaglia è lo sguardo e il giudizio truce della gente che si limita a puntare il dito fingendo di spargere insegnamenti giusti e adatti ad una ragazza dell’età di Esther senza mettere in discussione il fattore libertà.

Oltre però al sentirsi schiacciata da questi ruoli obsoleti e decisi a tavolino Esther/Sylvia si sente persa perché davanti a lei si aprono troppe porte, troppi desideri, troppe scelte e ognuna potrebbe rappresentare la felicità ma non si possono percorrere tutte.

Questa opera di Zen Pencils rappresenta alla perfezione questa indecisione.

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Fonte: http://highexistence.com/sylvia-plaths-illustrated-advice-on-battle-we-all-face-between-aspiration-and-accomplishment/

Insomma, mentre Esther guarda con un briciolo di invidia il successo e la sicurezza altrui si ritrova giorno dopo giorno ad interrogarsi sui suoi obbiettivi finendo in un manicomio dopo vari tentati suicidi.

La scala da cui precipita la protagonista e le vicende che si susseguono e spingono Esther giù da questa scala servono a farsi un’idea precisa del come e del perché la ragazza è arrivata a questo punto.

La realtà della vita è descritta con estrema chiarezza, sotto questo aspetto nulla è romanzato.

Vorrei spendere anche due parole sull’elettroshock, che in quegli anni veniva utilizzato nella convinzione che fosse un oggetto realmente utile alla cura di pazienti che soffrivano di vari disturbi mentali, ancora oggi in casi molto rari si utilizza ma è diverso da quello adoperato negli anni in cui è ambientato il romanzo.

L’elettroshock subìto da Sylvia (e non solo)  appare, e lo era effettivamente, al lettore come una tortura atroce, uno dei passi che io ho trovato più drammatici dell’intero romanzo, un’attrezzo che oltre a danneggiare il cervello portava i pazienti a peggiorare sul piano clinico.

Insomma, capisco chi ha difficoltà a leggere questo romanzo, sia per l’atmosfera che si respira che per i temi trattati e la discesa della protagonista verso un qualcosa che non ha volto come la depressione ma che ti toglie quasi tutto di te e sopratutto che non puoi dire mai di aver tolto dalla tua vita, una volta incontrato questo alone persiste e si guarisce ma il ricordo e un briciolo di questo rimane in agguato.

Questo libro mi ha sorpresa, sotto ogni aspetto, la grazia e l’acume della Plath assieme sono il prodotto di una mente attenta ai dettagli e straripante di immagini ricordi, lo stile di questa è piacevole è vero, ma il libro è difficile da digerire.

“Poi capii qual’era il problema. Mi mancavano le esperienze. Come facevo a scrivere della vita se non avevo mai avuto una storia d’amore, nè un figlio, nè avevo mai visto morire qualcuno?”

Voto:

Progetto senza titolo

E’ stato un libro che mi ha scavato dentro, alcuni passaggi rimangono indimenticabili per me e approfondirò certamente Sylvia Plath come scrittrice e come poetessa.

E voi? Avete letto La Campana di Vetro? Fatemi sapere!

A prestissimo!

Elisa

Smith&Wesson – Alessandro Baricco

Buon mercoledì e buon proseguimento di settimana!

Avete trascorso un buon weekend? Come procede l’esistenza?

Per iniziare nel migliore dei modi questa settimana, eccomi qui con una nuova recensione.

Infatti oggi parliamo per bene di Smith&Wesson di Alessandro Baricco, un titolo che ho letto nel giro di 1/2 orette, quindi in un tempo davvero breve qualche sera fa.

Direi di iniziare subito perché c’è molto da dire sia sull’autore che sull’opera, quindi non perdiamoci in chiacchiere e andiamo a parlare subito di questo titolo.

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Alessandro Baricco – Smith&Wesson

Editore: Feltrinelli

Pagine: 108

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): € 7,00

Prezzo ebook: € 4,99

Anno della Prima Pubblicazione: 2014

Link all’Acquisto: QUI

Trama

Tom Smith e Jerry Wesson si incontrano davanti alle cascate del Niagara nel 1902. Nei loro nomi e nei loro cognomi c’è il destino di un’impresa da vivere. E l’impresa arriva insieme a Rachel, una giovanissima giornalista che vuole una storia memorabile, e che, quella storia, sa di poterla scrivere. Ha bisogno di una prodezza da raccontare, e prima di raccontarla è pronta a viverla. Per questo ci vogliono Smith e Wesson, la coppia più sgangherata di truffatori e di falliti che Rachel può legare al suo carro di immaginazione e di avventura. Ci vuole anche una botte, una botte per la birra, in cui entrare e poi farsi trascinare dalla corrente. Nessuno lo ha mai fatto. Nessuno è sceso giù dalle cascate del Niagara dentro una botte di birra. È il 21 giugno 1902. Nessuno potrà mai più dimenticare il nome di Rachel Green? E sarà veramente lei a raccontarla quella storia?

 

Ci aspettavamo un sacco di cose dalla vita, non abbiamo combinato niente, stiamo scivolando giù nel nulla e lo stiamo facendo in un buco di culo dove una splendida cascata ogni giorno ci ricorda che la miseria è un’invenzione degli uomini e la grandezza il normale andazzo del mondo. (…) una sola cosa ci può salvare (…) Il nostro talento.

Recensione

Allora, iniziamo subito con il botto parlando dell’autore, Baricco è diventato con gli anni uno scrittore in voga nel panorama editoriale italiano, per qualche motivo lo associo sempre a Benni, alla fine sono due autori italiani, piuttosto conosciuti in Italia, con uno stile a tratti simile, con titoli diversi ma particolari a volte, insomma ci sono diversi punti in comune fra questi due autori.

Baricco è un po’ come Bradbury, o ti piace oppure lo eviti categoricamente.

A me devo dire che piace tutto sommato, nonostante non abbia apprezzato tutte le sue opere, o almeno quelle che ho letto in passato, però Novecento (forse il suo scritto più famoso) è ancora ad oggi uno dei miei libri preferiti che ogni tanto rileggo ancora.

Comunque, mi piace ascoltare il suo modo di parlare di alte opere (come quell’occasione in cui ha parlato di Furore di Steinbeck) e trovo il suo stile piacevole.

Questo testo però, quello di cui parliamo oggi ovvero Smith&Wesson non mi ha convinta più di tanto.

E’ scritto a mo’ di piéce teatrale quindi è molto scorrevole e veloce da leggere, anche perché lo stile di Baricco si riconosce sempre e non è qualcosa di ostico o lento anzi è semplice.

Sullo stile quindi non posso puntare il dito e dire che non mi è piaciuto perché il solito Baricco, niente di più niente di meno e quando prosegui nel leggere le sue opere ti aspetti questo però la vicenda non mi ha convinta.

E’ un libro che inizia bene, in modo interessante e con tanti punti che spingono il lettore a continuare ma si esaurisce piano piano, pagina dopo pagina.

Non mi aspettavo un epilogo come questo ma non mi ha suscitato una gran sorpresa a dire il vero, forse perché avevo già perso interesse o forse perché il finale può andare a parare da una precisa parte o dall’altra, ci sono due finali possibili non di più.

Ovviamente i cognomi dei personaggi (che compaiono nel titolo) sono un largo riferimento ad una famosissima marca americana di armi da fuoco ma si fa una battuta nelle prime pagine riguardo questa coincidenza e nulla di più, ho fatto anche diverse ricerche ma non ho compreso al 100% la scelta di dare questi cognomi ai personaggi.

Il terzo personaggio è una donna, nel libro si chiama Rachel Green (come quella di Friends, sì) ma in realtà è ispirata ad una donna realmente esistita ovvero Annie Taylor Edson che nel lontano 1901 si buttò giù dalle cascate del Niagara dentro una botte con il suo gatto, uscendone illesa, tranne per una ferita alla testa.

Ora, non facendo spoiler, non posso dirvi nulla sul destino della cara Rachel ma forse il suo personaggio è quello che mi ha suscitato più simpatia.

E’ una giovane giornalista che vuole scrivere ad ogni costo e una notizia simile è proprio ciò di cui ha un grande bisogno, quindi assieme a Smith un meteorologo quasi a tempo perso e Wesson un signore che conosce a memoria le cascate e “ciò che c’è sotto” tenterà in questa impresa, i due lo fanno per soldi, lei per diventare una giornalista famosa.

Il concept è interessante ma tutto va avanti troppo, troppo, velocemente, quindi non si riesce dal punto di vista del lettore a conoscere per bene i personaggi e ci sono troppe battute d’effetto per quanto mi riguarda che servono a dire che ci sono belle frasi in questo libro ma che non sono realistiche.

In più credo che alcune scene siano state inserite apposta per far commuovere il lettore e fargli forse pensare di aver gradito questo libro, alcuni risvolti sono troppo scontati, è come se non ci fosse molta invettiva baricchiana in questo libro.

Le idee brillanti, le frasi che significano davvero qualcosa di profondo tipiche di Baricco che trovai ai tempi in Novecento, qui mancano.

Nonostante sia un libro corto, alcuni pezzetti sono inutili ai fini della trama, altri personaggi che meritano almeno una descrizione vengono ignorati, insomma per quanto mi riguarda ci sono troppi punti ai quali l’autore è venuto meno inaspettatamente.

Durante la lettura non avvertivo quella passione tipica dell’autore nei confronti di una vicenda o di un personaggio, è una storia tiepida, a tratti perfino fredda.

Il punto finale come vi dicevo è stato inserito come manovra per far credere al lettore di essersi innamorato del libro in questione ma è trucco narrativo davvero scontato che si sarebbe potuto evitare.

Insomma, qui non ho per nulla riconosciuto lo stesso Baricco di Novecento e me ne dispiaccio, un’opera minore rispetto alle altre può sempre esserci non dico di no, ma con un concept così interessante è un vero peccato arrivare a risultati simili.

 

Voto:

Progetto senza titolo (49)

 

Tra l’altro con questo titolo rispondo ad un punto (finalmente) della Read Harder Challenge del 2018 a cui ho deciso di partecipare, per essere precisa il punto numero 15, un libro che si legge tutto in una volta.

Insomma, questo titolo non mi è piaciuto, penso che due stelle siano più che giuste, ho riflettuto a lungo sul contenuto che questo titolo mi ha lasciato e qualche giorno dopo la lettura mi sono resa conto che non mi era rimasto quasi nulla di ciò che avevo letto.

E voi? Avete letto Smith&Wesson? Vi piace Baricco? Fatemi sapere!

A prestissimo!

Elisa

 

 

 

Fahrenheit 451 – Ray Bradbury

Buon martedì gente!

Come promesso ieri ripartiamo alla grande perché oggi parliamo di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.

Questo titolo è stato quello del mese di dicembre per il gruppo di lettura o meglio delle ultime settimane di dicembre.

Questa opera è un classico del suo genere e del suo tempo e sono stata felice di poterlo finalmente leggere dato che giaceva sugli scaffali della mia libreria da tempo.

Ma non perdiamoci in chiacchiere e iniziamo subito con la recensione!

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Fahrenheit 451 – Ray Bradbury

Editore: Mondadori

Pagine: 163

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): € 12,00

Prezzo ebook: € 7,99

Anno della Prima Pubblicazione: 1953

Link all’Acquisto: QUI

Trama

Montag fa il pompiere in un mondo in cui ai pompieri non è richiesto di spegnere gli incendi, ma di accenderli: armati di lanciafiamme, fanno irruzione nelle case dei sovversivi che conservano libri e li bruciano. Così vuole fa legge. Montag però non è felice della sua esistenza alienata, fra giganteschi schermi televisivi, una moglie che gli è indifferente e un lavoro di routine. Finché, dall’incontro con una ragazza sconosciuta, inizia per lui la scoperta di un sentimento e di una vita diversa, un mondo di luce non ancora offuscato dalle tenebre della imperante società tecnologica.

Non si possono garantire cose del genere. In fondo, quando avevamo tutti i libri di cui c’era bisogno, continuavamo a cercare la scogliera più alta da cui buttarci. Adesso abbiamo un gran bisogno di ossigeno, ci serve la conoscenza, e forse fra mille anni ci metteremo a cercare qualche sasso un po’ più piccolo da cui buttarci giù.I libri servono a ricordarci quanto siamo stupidi, e somari. Sono i pretoriani dell’imperatore che gli sussurrano all’orecchio, mentre si svolge la parata: “Ricorda Cesare, sei un mortale”. La maggior parte di noi non può correre dappertutto, parlare con chiunque, conoscere tutte le città del mondo, perché non ha il tempo, i soldi e neppure tanti amici. Le cose che cerca, Montang, sono nel mondo, ma il solo modo in cui l’uomo medio può conoscerle è leggendo un libro. Non chieda garanzie e non si aspetti di essere salvato grazie a una sola persona, macchina o biblioteca. Preservi quello che può, e se si sentirà affogare, almeno muoia sapendo che stava nuotando vero riva.

Recensione

Dunque inizio subito con il dire che io non avevo mai letto nulla di Ray Bradbury che oltre ad essere conosciuto per opere come questa è l’autore anche di testi come “Cronache Marziane”, “Il Popolo dell’Autunno” e “L’albero di Halloween”.

Parliamo subito della scrittura anche perché in questo caso è un punto che mi ha sorpresa molto, come per la Atwood non pensavo ad una scrittura diretta e fredda così per Bradbury non mi aspettavo una scrittura così ricca.

Piena, straripante di metafore, sinonimi, alcune persino vicine una all’altra, non mi aspettavo uno stile così ricco, evocativo e molto poetico.

Penso che nella scrittura dell’autore si riesca perfettamente a vedere il suo modo di pensare meraviglioso riguardo la natura, una determinata immagine onirica, la forza dell’immaginazione e della curiosità.

Dipende dai gusti ma io in generale apprezzo di più uno stile ricco rispetto a uno povero perchè lo trovo sempre più carico, sempre più carico fino ad esplodere in un’immagine finale di una potenza incredibile.

Quando ovviamente riesce bene la scrittura, ma in questo caso riesce bene quindi non ho nulla da dire se non, l’unico appunto che posso fare, è che a volte ma raramente l’ho trovato fin troppo queste metafore o questi sinonimi l’uno dietro all’altro ma in generale lo stile mi è piaciuto molto e leggerò sicuramente altro di Bradbury.

Quando si pensa a Fahrenheit 451 si parla subito di regime governativo pressante, di distopia ecc, ci sono questi elementi e belli presenti ma penso che i punti cardine (o almeno quelli sui quali Bradbury abbia voluto spingere il testo) non siano questi ma bensì il libero arbitrio delle persone che abitano nella civiltà descritta dall’autore che per loro volontà non sono più interessati alla lettura e non fa la minima differenza per loro il conoscere la storia, gli eventi, la cultura.

In questa società la cultura e la curiosità non contano più niente, anzi vengono temute e represse.

Un valido esempio è la ragazzina che Guy, il nostro protagonista, incontra all’inizio che poi improvvisamente sparirà e Guy si porrà una domanda molto interessante che aiuta il lettore a entrare di più nella mentalità del testo: “perchè il governo dovrebbe temere una ragazzina di 17 anni che se ne va in giro a parlare della società di ieri e dei fiori e della luna?”.

Questa sparizione assieme al suicidio di un’anziana donna che deciderà di darsi fuoco con i propri libri davanti ai pompieri e a Guy, smuoveranno il nostro protagonista fino a fargli mettere in discussione tutto, come un sasso tirato in uno stagno crea un moto nell’acqua sempre così i dubbi di Guy si allargheranno sempre più fino ad esplodere e a convincerlo del fatto che, nonostante la civiltà in cui vive faccia di tutto per trasformare ogni essere in un essere felice (togliendo campi come la poesia o la psicologia che mettono in discussione la realtà e di conseguenza incupiscono le persone) nulla potrà renderlo felice se non è la più pura verità.

Sono 163 pagine che passano velocemente in un crescendo di avvenimenti azzardati e curiosi, si legge tutto d’un fiato e credo di dovermi aggregare alle persone che criticano questo libro per il fattore lunghezza, qualche cinquantina di pagine in più non avrebbe fato male secondo me.

Il libro è suddiviso in tre parti e la mia preferita è quella centrale, quella più concitata e ricca di fatti.

Ci sono parecchi simboli all’interno di questo libro, come la fenice che rinasce dalle ceneri, come la salamandra che riporta al mito delle lucertole di fuoco e simboleggia appunto il fuoco e la sopravvivenza, o anche il fuoco di per sè (grande protagonista del libro) che indica il cancellare un qualcosa dalla faccia della Terra, il divorarlo per eliminarlo.

La moglie di Guy è un personaggio distante ma che dopo aver terminato il libro mi è tornato spesso alla mente, è come in una bolla assorbita com’è dalla tv e dalla finta famiglia elettronica, non concepisce nemmeno più la possibilità di riscoprire il mondo al di fuori da quella rete appiccicosa.

Un altro personaggio che entra nella mente del lettore è Beatty, il capo di Guy, che non si capisce bene da quale lato pende, voi direte “ma scusa se è il capo dei pompieri penderà verso il regime che teme e censura la cultura”, potrebbe sembrare ma c’è molto altro, è il personaggio più enigmatico di tutti perché se da un lato sembra voler convincere Guy dell’inutilità dell’oggetto libro e ovviamente di ciò che contiene, dall’altro sembra invece capire il suo ruolo in una società spacciata e portata allo stremo.

Il finale a tratti mi è piaciuto a tratti no, come vi dicevo avrei desiderato leggere altro e proseguire l’avventura con Guy ma dall’altro leggendo il finale ho sentito quasi una sensazione di calma ristabilita, di nuovo inizio.

Piccolo appunto a questa edizione nuova della Mondadori, l’introduzione è di Neil Gaiman, ovviamente ciò mi ha resa davvero felice e l’ho trovata caruccia come introduzione ad un libro del genere, non dice molto e penso sia giusto così.

Quindi, mi è piaciuto questo libro, molto, ma con qualche piccola riserva di conseguenza mi sento di dare quattro stelline.

Voto:

Progetto senza titolo (16)

Questo è stato l’ultimo libro del 2017 per me (perchè quelli di Natale fra i 2’000 lavori da fare nelle feste non sono riuscita a terminarli prima della fine dell’anno) e dico fieramente di aver chiuso l’anno per quanto riguarda le letture alla grande con questo libro.

Psst! A breve arriverà la classifica dei top/worst del 2017!

Sono felice di averlo finalmente letto e alcune scene mi tornano alla mente spesso il ché trovo sia sempre un buon segnale.

E voi? Avete mai letto Fahrenheit 451? Si? No? Vi è piaciuto? Fatemelo sapere!

A presto!

Elisa

 

 

Il Racconto dell’Ancella – Margaret Atwood

Buon lunedì gente e buon inizio settimana!

Ci stiamo avvicinando al Natale ragazzi, manca poco ormai e purtroppo manca poco anche alla fine della #Xmasmaratona, lo so, è molto triste.

Ma non pensiamoci ancora, abbiamo ancora un buon numero di giorni davanti a noi prima di Natale , giusto?

Nonostante il mio entusiasmo per questa festività mancano ahimè ad oggi all’appello ancora tutti i regali e i due simboli del Natale per eccellenza, il presepe e l’albero… rimedierò al più presto.

Oggi comunque, ridendo e scherzando, siamo qui con una recensione alla quale tengo molto, ovvero la recensione del titolo che abbiamo letto per il mese di novembre (e parte di quello di dicembre) sul gruppo di lettura.

Iniziamo subito perché c’è molto da dire!

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Il Racconto dell’Ancella – Margaret Atwood

Editore: Ponte alle Grazie

Pagine: 398

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): €16,80

Ebook non disponibile

Anno della Prima Pubblicazione: 1985

Link all’Acquisto: QUI

Trama

In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un compito nella neonata Repubblica di Galaad: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione. Mito, metafora e storia si fondono per sferrare una satira energica contro i regimi totalitari. Ma non solo: c’è anche la volontà di colpire, con tagliente ironia, il cuore di una società meschinamente puritana che, dietro il paravento di tabù istituzionali, fonda la sua legge brutale sull’intreccio tra sessualità e politica. Quello che l’ancella racconta sta in un tempo di là da venire, ma interpella fortemente il presente.

Il momento del tradimento è il peggiore, il momento in cui sai senza alcun dubbio che sei stato tradito, che qualche altro essere umano ti ha augurato un male così grande. Era come trovarsi in un ascensore che si è staccato dall’alto. Si precipita, e non si sa quando, con un urto, si toccherà il fondo.

 

Recensione

Questo è uno di quei casi in cui dopo aver terminato la lettura non so come trasmettervi nel migliore dei modi le emozioni che ho provato e l’idea che mi sono fatta.

Quando un libro mi piace molto, raccontarlo diventa difficile per me.

In questo caso, il libro di cui parliamo oggi tratta di una tematica a me molto cara, ho rimandato a lungo la lettura di questo titolo essenzialmente perché avevo aspettative molto alte e temevo di essere costretta ad abbassarle.

Non è stato così, il libro mi è piaciuto molto e ha rispettato in pieno l’idea che mi ero fatta di questo.

Iniziamo parlando dello stile della Atwood, è molto pulito e chiaro senza troppi fronzoli, infatti sullo stile di scrittura dell’autrice avevo un opinione diversa dalla realtà infatti mi immaginavo una scrittura più ricca, edulcorata, satura di descrizioni leggermente altezzosa anche.

Invece l’autrice ha sempre uno stile lineare, mai eccessivamente prosperoso, le descrizioni degli ambienti sono costruite tramite molte metafore (trucco che a me piace sempre).

E’ uno stile che punta a trasmettere, combinato con l’atmosfera, una certa freddezza quasi come una specie di studio medico, bianco, asettico, con quell’odore di farmaco che appesantisce l’aria, ecco mi sono sentita come in un ambiente simile durante la lettura.

Toglie il respiro e dona una sensazione di claustrofobia che difficilmente ho provato leggendo un libro.

All’inizio il libro non mi ha presa molto, è un libro in cui certe volte succedono degli eventi imprevisti che l’autrice è brava a ponderare e ad inserire nel momento giusto, ma per qualche motivo non mi catturata immediatamente.

Per qualche settimana addirittura non l’ho toccato, stavo leggendo altro e purtroppo non ho avuto molto tempo per leggere a novembre, ma una ripreso in mano mi sono incollata alle pagine fino alla fine e nel giro di pochi giorni l’ho terminato.

Parlando della protagonista, Difred in cui il nome sottolinea l’appartenenza di questa donna a Fred suo Comandante, ho letto diverse critiche che si smuovevano verso la Atwood per una protagonista a tratti poco combattiva.

Posso capire questo ragionamento, perché a volte capita di incontrare nei libri personaggi a cui vorremmo dare una spinta per smuoverli (per me era il caso di Evie de “Le Ragazze”), nel senso che al termine della lettura pensando a questa donna si arriva alla conclusione che in alcuni punti lei venga avvertita come donna con poco spirito in una situazione in cui bisognerebbe combattere per i propri diritti.

Però io personalmente non sento di criticare Difred, perché vive una situazione terribile, la sua vita viene ribaltata e dal conoscere una normalità libera di un certo tipo si passa ad un regime rigido e inumano di cui si ha paura, è inutile fingere di non provare paura e improvvisarsi eroi quando si teme per la propria vita.

Come per lo stile e l’ambientazione anche i personaggi e perfino la protagonista risultano asettici e distanti, è difficile entrare in sintonia con Difred non perché risulti poco umana semplicemente i pensieri che compie sono individuali e anche se ci sta raccontando una storia lei si chiude nel suo bozzolo da cui sembra impenetrabile.

Noi veniamo a conoscenza dei suoi pensieri, dei suoi dolorosi ricordi, delle sue paure, dei suoi desideri ma sotto sotto (almeno per me) rimane un’estranea.

Anche se questo effetto di distacco per quanto mi riguarda è voluto dall’autrice.

Come gli altri personaggi che vengono analizzati ma in parte perché essendo la protagonista quella di cui sappiamo di più è Difred, tra l’altro non scopriremo mai il suo vero nome ed è quasi come seguire da vicino una persona senza conoscere il suo nome, conoscere la sua vita e non il suo nome.

La solidarietà femminile non esiste in questo libro, è come se la società (modificata ad un certo punto) abbia fatto tutto il possibile per imprimere nella mente della gente un indifferenza e una rassegnazione tale per la quale non si lotta più, questo pensiero corrotto ha vinto e tutti hanno mollato.

E’ spaventosa un immagine simile, terrificante, perché pensare ad un tipo di ragionamento assurdo che riesce a far cadere la nostra libertà, a sottometterci come esseri umani sotto ogni punto di vista, reprimendo la nostra stessa umanità è mostruoso.

Prima di leggere il libro avevo letto commenti del tipo “potrebbe succedere anche a noi” e man mano che sfogliavo le pagine questo tipo di ragionamento non mi sembrava più così assurdo ma in una veste diversa.

Il mondo ha vissuto periodi come quelli descritti in questo libro, anche se non uguali ma simili, e conosciamo questa sensazione di guerra persa in partenza, di ribellione inutile e di attesa che governa in mondo quando c’è in atto un conflitto.

Ovviamente il pensiero che insegue il lettore per il tutto il testo è l’immagine della donna, questo libro è stato ritenuto femminista ma più che mostrarci ciò che non funziona nella civiltà nelle confronti delle donne ci sbatte in faccia quelli che sono i diritti di quest’ultime che se vengono sottratti ci rendono, noi umanità, pari a delle bestie.

E’ questo il messaggio principale del libro per quanto mi riguarda, nel momento in cui i diritti, la libertà e l’umanità vengono repressi e tolti, cosa rimane?

Così per gli uomini e per le donne.

Un altro messaggio non forte come questo ma positivo e ugualmente importante è che non importa in quale società distopica, svantaggiosa e così indifferente nei confronti delle persone ci possa ritrovare, ci sarà sempre, sempre, un moto di ribellione.

A qualcuno le cose non andranno mai bene così come sono e anche se in silenzio o in minoranza questa gente a cui non va bene lotterà per soverchiare il regime.

E’ un libro che rimane nel tempo e scava un angolino dentro chi lo legge per lasciare questi messaggi a volte di speranza a volte di ammonimento nei confronti dell’umanità.

Ha una grande potenza questo libro perché apre gli occhi, e niente è più determinante di questo, su ciò che potrebbe accadere se si scivola verso l’indifferenza, verso il rinnegare la nostra umanità e i nostri invalicabili diritti.

Ha un finale aperto quindi ogni persona ha la facoltà di scegliere come secondo lei/lui sono andate avanti le cose, questo libro è costituito come una prova storica quindi alla fine si legge di vari storici che ritrovando questa testimonianza di Difred fanno le loro ipotesi.

Voto:

Progetto senza titolo (13)

E’ stato senza dubbio uno dei libri migliori che abbia letto quest’anno, speravo mi sarebbe piaciuto e così è stato.

Questo libro è come un pugno nello stomaco che ti fa realizzare l’importanza di ogni individuo e la deviazione di una società che manda all’aria i diritti delle donne utilizzandole come oggetti per la riproduzione, come corpi vuoti incapaci di provare emozioni, in luogo in cui la libertà è severamente punita e un lusso che non ci si può più permettere.

 

Bene, questo era tutto per oggi!

Voi? Avete mai letto questo libro? Sì? No? In questo caso vi consiglio di rimediare subito!

Noi ci leggiamo domani gente!

Elisa

 

 

 

 

 

Di Notte Sotto il Ponte di Pietra – Leo Perutz

Buon sabato ragazzi e buon inizio weekend!

Vi siete già ambientati in questo freddo novembre? Inizia quella fase dell’anno in cui mettere solo un piede fuori casa la sera comporta il completo congelamento del corpo, bei tempi.

Comunque, io adoro parlare del tempo ma non distraiamoci, oggi parliamo del libro del mese di ottobre del gruppo di lettura.

Il libro di cui sto parlando e appunto “Di Notte Sotto il Ponte di Pietra” di Leo Perutz, che ha vinto il sondaggio e ci ha accompagnato durante lo scorso mese.

Iniziamo subito che c’è tanto da dire!

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Di Notte Sotto il Ponte di Pietra – Leo Perutz

Editore: e/o

Pagine: 237

Prezzo di Copertina (Ed. Cartacea): € 13,60

Prezzo ebook: € 9,99

Anno della Prima Pubblicazione: 1953

Link all’Acquisto: QUI

 

Trama

Praga, fine del 16° secolo. Sulla città regna Rodolfo II, imperatore del Sacro Romano Impero, personalità misteriosa. Vive arroccato nel Castello, circondato da alchimisti, astrologi, pittori, servitori fedeli e imbroglioni di ogni risma. Ama Esther, moglie dell’ebreo Mordechai Meisl, l’uomo che gli presta il denaro per la sfarzosa ed eccentrica vita di corte; ma è un amore che esiste solo nei sogni, perché così ha voluto Rabbi Lo?w, autore di sortilegi, cabbalista, creatore del Golem. Dentro questa Praga magica Perutz intreccia le sue fantastiche invenzioni narrative intorno a un perno che è l’emblematico, inestricabile intreccio dei destini dei due rivali, Rodolfo e Mordechai, il Cristiano e l’Ebreo, entrambi grandi, entrambi perdenti.

 

“Creature umane” continuò a parlare l’angelo “la vostra vita è veramente povera e piena di affanni. Perché la opprimete con l’amore che vi sconvolge i sensi e rende miseri i vostri cuori?”. Il sommo rabbino con un sorriso levò gli occhi verso l’angelo, che conosceva le vie e i sentieri segreti del mondo superiore, ma a cui erano diventate estranee le vie del cuore umano. “In principio” gli disse, “i figli di Dio non si sono forse innamorati delle figlie degli uomini? Non le hanno aspettate alle fontane e alle sorgenti, non le hanno baciate col bacio della loro bocca all’ombra degli ulivi e delle querce? Non era la bella Naama, la sorella di Tubalcain, ne vedesti mai una pari a lei?”. L’angelo Asael abbassò il capo e i suoi pensieri volarono indietro nei secoli agli albori dei tempi. “Sì, era la bella Naama, sorella di Tubalcain, che forgiava bracciali e catene dorate” disse piano. “Era bella e delicata. Era bella come un giardino di primavera nell’ora in cui spunta il mattino. Sì, era bella, la figlia di Lamec e Silla”. E mentre pensava all’amata della sua lontana giovinezza, caddero dagli occhi dell’angelo due lacrime, identiche a lacrime umane.

Recensione

Iniziamo immediatamente parlando dell’autore, Leo Perutz nacque a Praga nel 1882, fu costretto ad andarsene anni dopo dalla sua amata città ma la portò sempre nel cuore non dimenticando mai il fascino e il mistero di questa.

Ha scritto diversi titoli che negli anni si stanno riscoprendo e accolgono il successo che meritano da tempo, questo autore è un contemporaneo di Kafka e di Meyrink, ha riscosso una buona fama attorno al 1928 per poi essere ingiustamente “accantonato”.

Di Notte Sotto il Ponte di Pietra è una delle opere di maggior successo di Perutz e forse anche una delle più sofferte, parla della sua amata Praga e venne scritta negli anni in cui lo scrittore non abitava più in patria quindi sotto certi aspetti fu doloroso per lui scrivere quest’opera.

E’ realizzata in modo particolare, contiene 14 racconti, il settimo è quello principale e porta il nome del titolo, ha uno stile un po’ alla “Sofia Si Veste Sempre di Nero”, in cui si capisce che sono racconti staccati fra loro ma tornano sempre gli stessi personaggi quindi non dico che si possa leggere anche a romanzo ma vi consiglio di proseguire in ordine se volete leggerlo, come appunto un romanzo.

I racconti sono ambientati nel 500/600 e fra i soggetti che spiccano maggiormente troviamo L’Imperatore Rodolfo II, Mordechai Meisl un ricco ebreo (che tra l’altro è realmente esistito), Rabbi Low il rabbino “magico”, Koppel-Bar e Jackele-Narr.

Questi sono i personaggi che spuntano di più ma personalmente sono quelli che mi sono rimasti più impressi, partiamo da quello che secondo la descrizione immagino sia quello che vi è sembrato più strano, ovvero il rabbino Rabbi Low.

C’è un pezzo stupendo che descrive quest’uomo:

“Non era Cristo, era il popolo ebraico, perseguitato e schernito per secoli, che ha manifestato il suo dolore in quell’immagine. No, non andare nel ghetto, lo cercheresti inutilmente. Gli anni, il vento, il tempo, lo hanno distrutto e non ne sono rimaste tracce. Ma va’ per le strade, dove vuoi, e quando vedi un vecchio venditore ambulante ebreo che trascina il suo fardello in casa mentre i ragazzi in strada gli corrono dietro gridando “Ebreo! Ebreo!” e gli buttano addosso pietre ed egli si ferma e li guarda con uno sguardo che non è il suo, che proviene dai suoi avi e antenati, che, come lui, hanno portato la corona di spine del disprezzo e hanno sopportato i colpi di frusta della persecuzione – se vedi questo sguardo, allora, forse, hai avrai visto qualcosa, poco, pochissimo, dell’ “ecce homo” del sommo Rabbi Low.

Rabbi Low come Mordechai Meisl fa uso, in una piccola parte, della magia. Questo è un libro che assieme alla realtà pura riesce a mischiare la pura magia, qualcosa di non possibile per gli esseri umani.

Mordechai Meisl è come vi dicevo, l’ebreo più ricco di Praga, talmente ricco da essere lui che aiuta L’Imperatore con le entrate finanziarie perché questo con i mesi è finito in disgrazia e con lui anche il regno, avendo speso molte finanze nell’acquisto di opere d’arte preziose (fatto anche questo reale).

Koppel-Bar e Jackele-Narr invece sono due poveracci essenzialmente che si guadagnano da vivere suonando a matrimoni o compleanni, mi sono rimasti impressi perchè il libro si apre con loro e perché li trovo due personaggi interessanti, purtroppo ve lo dico già ora non avranno una grande fortuna.

Questa opera ruota molto attorno all’ebraismo e alla cristianità, al disprezzo con cui hanno sempre dovuto condividere gli ebrei, argomento che torna molto nel corso del romanzo.

Ogni racconto mi ha ricordato una specie di favola per bambini (non per il linguaggio o il tema ovviamente) ma per il fatto che si conclude con una specie di morale, la maggior parte delle volte traspare il fatto che per l’autore la fortuna e la sfortuna nella vita di un individuo (che si creda in queste o meno) conti molto più di quanto sembra e sopratutto si da molto peso anche al destino al “doveva accadere, gli eventi si sono allineati perché accadesse, nulla è casuale”.

Mi è piaciuto come romanzo, la caratterizzazione dei personaggi è ottima sicuramente anche per questo mi sono rimasti impressi tutti questi personaggi, l’atmosfera cupa, magica, è piacevole e circonda tutto il libro sopratutto il primo capitolo forse.

E’ abbastanza scorrevole come testo, sulla scrittura nulla da dire, alcuni pezzi sono poesia pura, piccola letteratura diciamo.

Avrei voluto qualche descrizione in più degli ambienti ma questo era uno sfizio mio, in realtà ci sono un buon numero di descrizioni che servono a rendere nel migliore di modo l’immagine della Praga dell’epoca.

E’ un libro che parla di tutto, dalla religione, all’amore, dalla magia, all’aldilà.

Il personaggio di cui si parla di più sopratutto nella seconda parte del libro è sicuramente l’Imperatore Rodolfo II, figura interessante che affascinava l’autore a parer mio.

Mi è piaciuto l’epilogo, non vorrei svelarvi troppo ma il fatto che per tutto il libro si sia parlato di Praga, delle opere dell’ebreo Mordechai e alla fine si “passa avanti” mi ha fatta quasi emozionare (quasi).

E’ un libro che mi rimarrà impresso?

In piccola parte, come vi dicevo i personaggi assieme all’atmosfera sono il punto forte, tutto il resto non mi è rimasto in mente più di tanto.

Mi è piaciuto comunque, è stata una lettura che è servita a trasportarmi in un epoca affascinante che ho vistato con molto piacere.

Vi consiglio la lettura?

Sì, se vi piacciono i testi storici si, leggerò sicuramente altro di Perutz perché mi piacerebbe approfondire la conoscenza che con questo primo testo che ho letto scritto da lui ho iniziato ma sento che c’è ancora molto da conoscere di questo autore, Di Notte Sotto il Ponte di Pietra non è abbastanza per farsi un idea completa per me.

 

Voto:

Progetto senza titolo

Sono felice di aver letto questo libro, penso che tre stelline sia una giusta valutazione per il mio voto finale.

Bene gente!

Voi lo avete letto? Sì? Vi è piaciuto? No? Vorreste farlo?

Fatemi sapere, a prestissimo!

Elisa